Un weekend nel Parco di Villa Reale di Marlia (Lucca)

Non c’è scoperta più bella, di quella di trovare dei tesori meravigliosi “dietro l’angolo” e sapere di poterci tornare ogni volta che ne abbiamo voglia.

Questa è stata la sensazione che ho provato come ho calpestato il suolo del parco di Villa Reale di Marlia.

Siamo partiti con la macchina da Roma e con circa 3 ore e mezza di viaggio ci siamo ritrovati in uno dei parchi più belli che io abbia mai visitato nel nostro bel paese.

Parliamo di una location calpestata da dinastie reali e personaggi illustri: loscrittore Alberto Moravia, i pittori Afro Basaldella e Salvador Dalì, per nominarne qualcuno.

La bellezza di questo parco, nei suoi 16 ettari di estensione (enorme!) sta nel continuo meravigliarsi. All’entrata vi verrà consegnata una mappa dal gentilissimo personale che vi farà percorrere un itinerario di (almeno) 12 tappe lungo tutto il perimetro della villa.

Piccola parentesi storica:

Sin dalla nascita la Villa Reale di Marlia viene abitata da diverse famiglie, come il Duca di Tuscia durante l’epoca Altomedioevale, successivamente alla famiglia Avvocati e in seguito ai Buonvisi, famiglia nobile lucchese che trasformò la fortezza in un palazzo signorile.

Dopo aver fallito, venne acquistata nel 1651 da Olivieri e Lelio Orsetti che facendo alcune modifiche alla Villa, fecero del parco un’opera barocca con la realizzazione di stradoni, cortili e giardini scenografici come il Teatro di Verzura, un teatro all’aperto di 24 metri di profondità costruito interamente con siepi di tasso, disposte a semicerchio. Sullo sfondo le statue di cotto di Pulcinella, Colombina e Pantalone, (illuminate di notte), sembrano dare vita ad uno spettacolo teatrale senza tempo.

Sempre per merito dei nobili lucchesi, nel corso del XVIII secolo, danno vita all’imponente ed elegante Palazzina dell’Orologio che aveva il compito principale nel XIX secolo di ospitare le scuderie, le cucine e i servizi. Parentesi curiosa su questa Palazzina, oggi ospita una stanza che contiene l’intera proprietà di Villa Reale con edifici e giardini annessi, in miniatura. Una “casa delle bambole” voluta dalla contessa, curata nei minimi dettagli.. Davvero impressionante! Viene aperta poche volte all’anno, ma noi abbiamo avuto la fortuna di vederla (trovate qualche immagine qui nel link al video YouTube).

Durante il periodo Napoleonico, Elisa Bonaparte Baciocchi, sorella di Napoleone e principessa di Lucca, acquistò l’intera proprietà all’inizio dell’800. E’ in questo momento storico che la villa prende il nome di Reale.

Ed è proprio a lei che si devono gli interventi che trasformarono la struttura del palazzo e i giardini.

Incorporò la vicina Villa del Vescovo, costruita sui resti del castello medievale del Vescovo di Lucca, conserva una terrazza panoramica, un’antica cappella e un giardino all’italiana con disegni geometrici.

Oltre a quello, la Principessa intervenne sulla dilatazione prospettica dello spazio di fronte al palazzo, caratterizzandolo con un lieve pendio, proprio come suggerisce il gusto romantico.

Statue, vasi, fiori. Insomma, l’intervento “femminile” della principessa, diede quel tocco in più alla Villa, rendendola ancora di più, un vero e proprio gioiello.

Negli anni a seguire la dimora venne acquistata da Carlo Ludovico di Borbone, poi passò al Regno d’Italia divenendo proprietà di Vittorio Emanuele II, fino ad arrivare al più recente 1923 quando venne acquistata dal Conte e la Contessa Pecci-Blunt, che commissionando i lavori di restauro a Jacques Greber, dandogli un tocco tradizionale e innovativo, aggiungendo fiumi, ruscelli boschi ed un bellissimo lago che fa godere di un panorama bellissimo davanti la Villa Reale.

Oggi invece, dal 2015, è di proprietà di una giovane coppia di svizzeri, che durante una vacanza in toscana si innamorarono follemente della ormai trascurata proprietà, iniziando un importantissima operazione di completo restauro.

Nonostante gli innumerevoli ostacoli incontrati dalla giovane coppia (tra cui una terribile tempesta che abbatté molti alberi secolari all’interno della proprietà), hanno dato nuovamente vita ad un posto pazzesco. Proprio con il loro intervento, oggi possiamo godere di una meraviglia Italiana davvero alla pari con pochissime realtà architettoniche del nostro paese.

Per gli appassionati di botanica, all’interno del parco troverete anche un percorso olfattivo : Mimosa, camelia, magnolia, glicine, tiglio, platano, sono solo alcune delle meraviglie che potrete vedere (e sentire!) lungo il percorso.

L’ingresso al parco oggi è consentito tutti i giorni dalle 10:00 alle 18:00 (dal 1 marzo al 31 ottobre) e il prezzo è di soli 9 euro!

C’è un comodo parcheggio, o anche un bus che comodamente vi porterà lì dal centro di Lucca.

Tutte le info dettagliate e gli eventi, vengono aggiornate di volta in volta sul sito web o sui profili social Facebook e Instagram 

Villa prima e dopo l’ultimo restauro

Approfittando di un weekend di riposo, posso garantirvi che l’accoppiata LUCCA – VILLA REALE DI MARLIA, 

mi ha ridato davvero le energie. Non c’è età precisa, dai bambini alle persone più anziane, nel raggio di pochi chilometri potrete trovare tutto quello di cui avete bisogno.

Come dico spesso, non serve sempre andare lontano per godere di esperienze uniche.

Quello di replicare questo weekend, è un consiglio spassionato che do davvero di cuore ad ognuno di voi!

Ed

15 Marzo, sciopero Globale degli studenti. In marcia per il Clima.

 

Sciopero scuola GLOBALE il 15 marzo: in tutto il mondo studenti in marcia per il clima!

Ispirati dalla giovanissima Greta Thunberg (nella foto in alto), nella giornata del 15 marzo, in tutto il pianeta si sciopererà dalle scuole per chiedere ai governi azioni CONCRETE contro il riscaldamento climatico.

Durante il “Climate Strike” gli studenti Svedesi e Australiani scenderanno in piazza per chiedere ai governanti provvedimenti seri contro il riscaldamento climatico, per correre seriamente ai ripari, prima che sia davvero troppo tardi.

L’attivista svedese Greta Thunberg si è involontariamente messa a “capo” di quello che è diventato un movimento giovanile globale lo scorso agosto, quando ha cominciato ad accamparsi davanti al Parlamento svedese accusando i deputati di non aver mantenuto le promesse per salvare il clima concordato nell’ambito dell’Accordi di Parigi.

Da allora, è divenuta una vera e propria celebrità, prendendo la parola alla COP24 in Polonia e più recentemente al forum di Davos in Svizzera, dove ha sollecitato i giovani a fare pressione sugli stati per ottenere una risposta EFFICACE all’emergenza climatica.

“Non voglio che avete speranza, voglio che agite. Voglio che sentite la paura che sento io ogni giorno e voglio che passiate all’azione”.

Ha affermato la studentessa svedese nel suo discorso di Davos.

Forza ragazzi!

GREEN BOOK, la storia del film dietro la “guida in viaggio per afroamericani”

In questi giorni, giustamente non si fa altro che parlare degli Oscar 2019.

Tra i candidati (e i vincitori) troviamo il meraviglioso film diretto da Peter Farrelly, “Green Book”, che si è portato a casa la statuina più ambita, quella per il “Miglior Film”.

Il film, tratto da una storia vera, racconta di due uomini, Tony un buttafuori italo-americano che viene magistralmente interpretato da Viggo Mortensen e un raffinato e celebre pianista jazz, Donald Shirley, interpretato dal vincitore del premio oscar come “Miglior attore non protagonista”, Meharshala Ali, che lo assolda come autista. I due insieme, intraprendono un lungo viaggio in automobile nel sud degli Stati Uniti d’America per un tour jazz all’inizio degli anni ’60.

Per “guidarli” in questo viaggio, portano con se un “Green book”, una guida che recita “per neri in automobile per vacanze senza seccature”.

Proprio così, il Green Book altro non era che una guida diffusa negli Stati Uniti tra il 1936 e il 1966, dove venivano segnalati i ristoranti, i servizi, i motel, dove non venivano fatte discriminazioni agli afroamericani.

Pubblicato per la prima volta nella città di New York da Victor Hugo Green nel 1936, inizialmente era limitato alla città americana, ma dagli anni a seguire visto l’enorme successo, si allargò fino a venire distribuita in tutta l’America.

In una delle edizioni della fine degli anni ’40, l’editore scriveva: “Verrà un giorno, in qualche tempo di un vicino futuro, in cui questa guida non sarà più pubblicata e ciò avverrà quando la nostra razza avrà uguali opportunità e privilegi in tutti gli Stati Uniti”.

La guida continuò ad essere stampata e diffusa fino al 1966, dopo la fine della segregazione razziale voluta da John Fitzgerald Kennedy.

Potete curiosare, scaricare, tutte le versioni dei Green Book, a questo link.

18 anni e il primo viaggio in solitaria, destinazione NY

Sarà che amo NewYork, che nelle parole di Antonio mi ci sono rivisto tantissimo.

O forse sarà che il suo racconto scritto di getto, mi è piaciuto davvero e che ogni tanto, riesco felicemente a ricredermi sulle “nuove generazioni”. La storia di Antonio, 18enne, alla scoperta della grande mela, nel suo primo viaggio in solitaria!

PARTO

 

Parto? Non parto? Ok parto, ma se succede qualcosa? Queste domande mi frullavano nella mente da un bel po  di tempo, sapevo che volevo partire ma in quei momenti riuscivo a immaginarmi solo le situazioni peggiori in cui mi sarei potuto ritrovare, e questo mi teneva bloccato. Poi un giorno mentre ero sdraiato sul letto che continuavo a pensare e a inventarmi scenari catastrofici, mi sono alzato di scatto, ho preso i soldi dal  mio salvadanaio e sono andato in agenzia di viaggio a fare i biglietti perché mi sentivo ancora un po’ insicuro e imbranato per fare due click online e acquistarli da internet. Così l’11 giugno sono uscito dall’agenzia con i miei biglietti per New York. Li guardo e inizio a ridere come un imbecille, non mi sembrava vero, ho sempre sognato di visitare la grande mela e adesso,a distanza di  due settimane dal compimento dei miei 18 anni mi ritrovavo con i biglietti in mano con partenza prevista per fine Agosto. Durante quel periodo ho lavorato come cameriere, cercando di risparmiare il più possibile e tra un servizio e un altro

arriva il fatidico giorno. Mia madre e mio zio mi accompagnano alla stazione di Napoli, li saluto, abbraccio forte mia mamma e poi mi dirigo verso il tabellone degli orari dei treni. In quel momento ho provato una strana sensazione, ero li da solo e forse ancora non avevo realizzato che stavo per andare dall’altra parte del mondo. Dopo qualche ora arrivo all’aeroporto di Roma Fiumicino, era sera e il mio aereo sarebbe partito il giorno successivo, quindi avrei trascorso la notte in aeroporto. Direi che come prima esperienza non posso lamentarmi. Dopo una nottata infinita, e dopo ore interminabili di volo, arrivo finalmente a New York. Faccio una fila chilometrica per i controlli, prendo il treno che mi porta alla metro di Penn-Station e poi  da li la metro che mi porta a Times Square. Arrivo alla fermata della 42st strada, scendo dalla metro,inizio a salire le scale che mi avrebbero portato fuori dalla stazione, e poi boom! Times Square, Welcome To New York City. Cavolo. Quella e’ stata la sensazione più’ bella del mondo, ce l’avevo fatta, da solo. Con le lacrime agli occhi e con un sorriso che arrivava fino in Italia, passeggio per Times Square , mi lascio avvolgere dalle sue luci, dai suoi rumori, dai taxi , dagli artisti di strada e da bizzarri personaggi travestiti da super eroi che scattavano foto con i turisti. Dopo questo piccolo assaggio di New York prendo la metro e vado in ostello. Per me era un ambiente nuovo, c’erano molti ragazzi, e la possibilità di socializzare era davvero enorme, c’era la sala giochi, sala biliardo, sala film, c’era di tutto e l’ostello organizzava molti eventi che coinvolgono tutti coloro che alloggiavano lì, ma io non ho mai preso parte a nessun evento ne ho provato a buttarmi in qualche conversazione con qualcuno, perché avevo vergogna(questa sensazione sparirà con il passare dei giorni). Qual era il mio itinerario da seguire durante il viaggio? Nessuno, non avevo preparato nulla, ero solo in possesso del city pass, un blocchetto con una serie di biglietti che da accesso ad alcune attrazioni, ed ero in compagnia del mio zaino. Le mie giornate iniziavano la mattina presto, mi svegliavo  verso le 6.30, mi lavavo, andavo a fare colazione da dunkin donuts, prendevo la metro e scendevo alla fermata più vicina al posto che volevo iniziare a visitare quel giorno, dopodiché camminavo, camminavo, camminavo sempre. Camminare tutto il giorno mi ha permesso di godermi di più la città e devo dire che ciò’ che più mi è piaciuto e’ stata la “varietà’” di quel posto. Non in tutte le città del mondo puoi svegliarti la mattina e fare ciò che ti passa per la mente. Vuoi andare su una moto ad acqua nel fiume Hudson, tra il ponte di Brooklyn e la Statua della Libertà? Vuoi fare kayak gratis? Vuoi lasciarti coinvolgere dalla folla di Times Square? Oppure vuoi rilassarti spostandoti dalla realtà new yorkese prendendo un po’ di sole e facendo un bagno a Coney Island? Puoi fare di tutto, e questa totale libertà di cui io avevo bisogno New York me l’ha data. Penso al giorno in cui sono andato a Coney Island, e mi e’ sembrato quasi di non essere più a New York, mi sembrava di essere nelle spiagge di Los Angeles. Ho comprato un costume perché non ne avevo portato uno e mi sono tuffato nell’oceano atlantico, che sensazione fantastica, quel viaggio non e’ stato il solito “tour” dei grattacieli, dei musei, di central park e cosi via, ed è questo che lo ha reso fantastico. Per qualche strano motivo ho ancora impresso nella mente l’immagine di un ragazzo che ho visto a li a Coney Island mentre correva con la sua moto ad acqua a tutta velocità con il sole che tramontava come sfondo, e  ho pensato che dovesse davvero essere bello fare un’esperienza del genere. Così il giorno dopo mi informo su internet e trovo che nel New Jersey ci sono dei ragazzi che fanno dei tour con le moto ad acqua, così prenoto e vado. Mi ricordo benissimo quel giorno, era iniziato davvero male. Dopo essere uscito dall’ostello e aver fatto colazione vado a fare un giro dalle parti del World Trade Center, una delle mie zone preferite. Mi era venuta fame, e così ero entrato in un supermercato, ma avevo finito tutti i contanti, o meglio li ho tenuti contati perché mi sarebbero serviti per i biglietti dei trasporti. Decido di entrare perché avevo la carta di credito e il pin salvato sul telefono, allora prendo qualcosa da mangiare, vado a fare la fila alla cassa, prendo il telefono per vedere il pin e ironia della sorte il pin non c’era perché avevo comprato una sim americana e non avevo scritto il codice della carta da nessuna parte. Stavo quasi per piangere, perché oltre ad avere fame stavo avvertendo un po’ di solitudine e ciò mi ha leggermente rattristito. Alla fine compro una bottiglietta d’acqua con tutti i cents che avevo e vado a prendere il water taxi con direzione New Jersey. Appena arrivo al molo dove si faceva il tour delle moto ad acqua, riesco a farmi inviare il pin da mia mamma e compro un panino surgelato in un bar li vicino. Dopo una buona mezz’ora inizia il tour e qui combino un altro guaio, mettendo la chiave del lucchetto nella cover del telefono che poi ho lasciato sbadatamente all’ interno dello zaino, e infine ho chiuso lo zaino con il lucchetto. Solo poco dopo mi sono reso conto di quello che avevo fatto e volevo di nuovo piangere. Nonostante ciò finalmente si parte, io e altre persone che avevamo prenotato prendiamo posto sulle moto ad acqua e una ragazza ci spiega le “regole” che dovevamo seguire e  posso dire di non aver capito assolutamente niente e in quel momento realizzo s che dovevo iniziare a imparere bene l’inglese. Il tour è stato una meraviglia, sono passato sotto il Ponte di Brooklyn e vicino la statua della libertà e sfrecciare a tutta velocità verso l’orizzonte infinito mi ha fatto sorridere come mai prima d’ora. E’ stata una sensazione liberatoria, ogni persona dovrebbe fare un giro sulle moto ad acqua. Una volta terminato il tour prendo lo zaino e dopo aver cercato di spiegare la mia stupida situazione a Andy, il gestore del molo, riesco a farmi aiutare da lui e con le tronchesi mi rompe il lucchetto. Mi sentivo benissimo, alla grande, e dopo la fantastica corsa, ho fatto un giro all’interno del Liberty State Park, un parco con uno skyline su New York a dir poco fantastico. Libert State Park mi e’ piaciuto molto di più rispetto a Central Park per via del panorama, del mare e della sua tranquillità. New York non finisce mai di stupire, la Statua della Libertà bella e imponente mi e’ arrivata dritta al cuore, sarò stato almeno un’ora a fissarla a bocca aperta, e’ davvero incredibile vedere qualcosa dalle foto o video e poi ritrovarsela davanti nella realtà.

La vista di cui i miei occhi hanno potuto godere dalla cima di Top of The Rock è stata mozzafiato, vedere la città che all’imbrunire inizia a illuminarsi e’ davvero incantevole. Guardando la Grande mela dall’alto, ho iniziato a riflettere. Quel viaggio mi ha lasciato la consapevolezza che posso farcela, possiamo farcela a ottenere ciò che vogliamo, a realizzare i nostri sogni, se vogliamo qualcosa dobbiamo andarla a prendere, ed e’ importante scappare a gambe levate, correre il più lontano possibile dalle persone che cercano di influenzarci con la loro negatività. Quella sera su quel grattacielo ho promesso a me stesso che non mi sarei voluto più fermare, voglio viaggiare continuamente alla scoperta di posti, culture e persone nuove, e’ questo il mio sogno.

Grazie (e grande) Antonio, continua così!

 

Un racconto dall’Abruzzo

Chi lo dice che per sentirsi bene, per staccare la spina, per vivere un’avventura, bisogna necessariamente prendere l’aereo e partire per mete lontane?

Di certo non lo dice Sara Giannessi che in questi giorni mi ha inviato un racconto che mi è piaciuto davvero tanto. Sarà per le belle parole che ha usato, sarà per la destinazione che ha scelto (che io AMO). Fatto sta, che è un racconto davvero piacevole e ci tenevo a condividerlo con voi. Spero possa piacervi!

 

UN RACCONTO DALL’ABRUZZO

Sono ormai passati tre anni. Di viaggi dopo ce ne sono stati molti altri, alcuni anche più avventurosi, alcuni molto più lontani, ma c’è un perché se ho voluto rispolverare queste pagine. Spesso quando si parla di viaggiare vengono subito in mente posti lontani, luoghi esotici, scenari selvaggi, panorami da cartolina, skyline da film. Ma sto capendo sempre di più come a definire la lontananza non sia la distanza fisica ma quella mentale. E se devo pensare al viaggio che mi ha allontanato di più da quella che è la mia quotidianità, mi viene in mente un paesino in Abruzzo, Opi. Mi vengono in mente lunghe passeggiate nei boschi. Mi viene in mente una nuova autonomia nell’organizzare le giornate. Mi viene in mente la calma e la fatica delle sere passate a riposare osservando le stelle e a chiacchierare. E non mi stanco mai di raccontarlo quel viaggio, perché mi smuove ancora, mi attiva ancora a distanza di anni. E voglio raccontarlo perché quell’energia possa arrivare anche dall’altra parte, e chissà in che cosa si può trasformare.

Siamo partite da Roma, io e la mia migliore amica. E siamo arrivate dopo 3 ore, quanto un viaggio in aereo che può portare su lontano nell’Europa del Nord o giù in Africa. Non eravamo ben consapevoli di cosa avremmo vissuto né di come lo avremmo vissuto. Ma non vedevamo l’ora di viverlo.

C’è una poesia che mi ha accompagnato dal primo giorno del nostro viaggio, la poesia di un poeta che ha visto nella Natura la possibilità di essere felici. L’Infinito.

LUNEDI

Prima notte passata in roulotte. Troppo freddo, non me lo aspettavo. Prima colazione, con il latte caldo e pane e marmellata e il gas da aprire di fuori. Il tempo non sembra dei migliori, il monte di fronte a noi, di cui ancora non abbiamo capito il nome, è coperto dalle nuvole. Visto che il tempo non è dei migliori, decidiamo di passare una giornata tranquilla: andiamo a Pescasseroli a fare la spesa e a prendere la carta dei sentieri, poi a una fattoria a compare uova e formaggio e a fare le coccole ai cuccioli di pastore abruzzese, e alla fine saliamo a Opi.

C’è un belvedere proprio al centro di questo paesino stretto in cima a un monte tra i monti. C’è poca gente, tutta concentrata al bar, tranne qualche signora che chiacchiera tra le vie. Dall’altro lato rispetto a dove siamo salite si apre una valle. Si sente tutto da là su. Si vede tutto. Si vedono i raggi del Sole che tagliano le nuvole. Si vedono le rondini che corrono col vento. Non hanno paura di cadere. Sanno come muoversi. Si lasciano cadere in picchiata, poi prendono un’altra corrente e tornano su. Sono padrone di loro stesse. Poco sotto, gli alberi. Alberi piccoli, alberi appena nati. Qua nascono ancora. Non devono essere piantati e curati. Qua gli alberi resistono alla neve, al vento sferzante, alla pioggia che batte forte e buca la terra… resistono e crescono, da tre foglioline che appena spuntano diventano alberi forti e vecchi. Qua si osa. Si resiste. Si vive.

Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi al di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete,
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura.

MARTEDI

Secondo giorno. Partenza da Valfondillo, sentiero F2, segnale bianco e rosso. All’inizio il sentiero costeggia il Rio Fondillo. Il rumore dell’acqua che corre ci accompagnerà tutto il tragitto. A volte solo se si presta attenzione. Ci sono i cavalli al pascolo, tante giumente con i puledrini. Camminiamo senza rendercene troppo conto. Seguiamo il nostro ritmo. Così ci addentriamo di più tra i boschi, cominciano a farsi più stretti i prati e più alti gli abeti. Ritrovo alberi ondeggianti che avevo già visto senza foglie, ora carichi di verde. Dopo due ore e più di cammino e soste arriviamo al bivio: Grotta delle Fate o Passo dell’Orso. Scendiamo. Ecco la Grotta. Doveva essere piena d’acqua, ma non siamo in primavera e il Rio Fondillo si è ristretto. Risaliamo, proviamo a raggiungere la seconda meta, il Passo dell’Orso, ma il sentiero è troppo faticoso per affrontarlo il primo giorno, così ci fermiamo a goderci un po’ il bosco. Si sente forte il rumore degli alberi piegati dal vento, in alcuni tratti alcuni sono caduti, in altri ci sono alberi piegati ad arco. Con poco vento si vedono le cime ondeggiare vistosamente. È sorprendente, per chi è abituato ad associare agli alberi l’immobilità.

Forse dovremmo sentirci in colpa per non aver completato il percorso, o deluse per non aver trovato un punto di arrivo che ci ripagasse della fatica. Ma ci siamo fermate nel bosco. Tra i pini alti, verde vivo, ma tanti verdi, e marrone vecchio e ruvido. Con gli uccelli che si alzavano in volo turbati dalla nostra presenza, si sentivano le ali che sbattevano. Le nuvole correvano veloci sopra le teste, i rami ondeggiavano, scricchiolando, o forse parlando tra loro, chissà… Il vento ci correva accanto di corsa, ululando forte. In lontananza si sentiva il ruscello che camminava. Per me è difficile non pensare, ma

Così tra questa immensità
S’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare
.”

MERCOLEDI

In questi posti è quasi pesante dover prendere la macchina per spostarsi. Arriviamo a Civitella Alfedena, facciamo la spesa per preparare il pranzo al sacco. Pranziamo tra i boschi della Camosciara, con i sassi a farci da sedie.

Nel pomeriggio abbiamo in programma di fare una visita a una comune conoscenza a Civitella, ma siccome è presto ci dirigiamo prima al Lago di Barrea. È di un colore stupendo. Azzurro chiaro, ma non come il cielo, quasi verde acqua o turchese. Ci fermiamo accanto ai salici sommersi che spuntano dall’acqua. C’è un po’ di vento, quando c’è il sole si sta bene, quando ci sono le nuvole fa freddo. Sto ferma. Ho le montagne davanti, oltre il lago che riluce. È tutto fermo. Uguale a ieri e uguale a domani. Antico. In ogni attimo l’eternità.

E mi sovvien l’eterno
E le morte stagioni, e la presente,
E viva, e il suon di lei
.”

Viva. Non c’è tempo. C’è vita.

La nostra comune conoscenza ci porta a Civitella, ci guida tra i sentieri che solo chi ci abita conosce. Mi ricorda la mia infanzia, quando anche io conoscevo i sentieri-scorciatoie di un posto che è rimasto mio, ma solo nella memoria. Civitella è un borgo, carino come tanti nella zona, tutto in salita ovviamente, con i gerani rossi fuori dalle finestre. Dentro il borgo, tra le strade del paese, si apre la riserva faunistica del lupo e della lince. I lupi si fanno vedere, tutta la famiglia di papà, mamma e due cuccioli. Per i turisti è un evento, per gli abitanti parte della quotidianità, ormai conoscono le loro abitudini, sono loro compaesani. I lupi sono più piccoli di come mi aspettavo, più snelli ed eleganti. È il momento di salutarci e di ringraziare chi ci ha fatto vedere e non visitare.

GIOVEDI

Ormai siamo più veloci ad organizzarci. Partiamo da Valfondillo, abbiamo già deciso l’intinerario: prendiamo direttamente le indicazioni per Vallefredda. È bello usare i nomi come gli abitanti del posto, sapendo a cosa ci si sta riferendo, con un’immagine e dei ricordi in mente.

È il primo giorno di sole. Fa caldo, si sente che siamo più in alto, i raggi sono meno stanchi e ci raggiungono con più forza. Ci accorgiamo di essere già arrivate alla valle. È lunga, non si vede la fine. Il sole adesso illumina tutti i fiori e l’erba e gli insetti e i piccoli arbusti che crescono sul prato. Tutto intorno il bosco. Procediamo ancora un poco in piano, ma alla fine i segnali cominciano ad arrivare sempre più in alto. È un sentiero poco battuto, sono abbastanza sicura che se rimaniamo in silenzio e ferme per un po’ il bosco non si accorgerà più di noi e potremmo fare qualche incontro.

Non è silenzio. Non esiste il silenzio. C’è il mio respiro. C’è il rumore delle foglie. C’è il soffio del vento. C’è un movimento di chi mi sta accanto. C’è un uccello in lontananza. C’è un mondo lontano di suoni che il nostro orecchio non può cogliere, ma non per questo non fa rumore. Il silenzio, quello vero, non esiste. Ma a noi basta l’assenza di certi suoni per sentirlo, il suono del silenzio.

Saliamo ancora un po’, poi il sentiero comincia a scendere dolcemente. Il bosco è più largo, e marrone. La luce calda dell’estate tiene lontano il pensiero dell’autunno. Ormai dovremmo essere quasi arrivate, siamo in cammino da quasi 4 ore. Forca d’Acero è un chioschetto poco più a destra, seguendo la strada. Quando arriviamo ci accorgiamo di essere al confine tra Lazio e Abruzzo. Nel Lazio c’è uno stand di formaggi, con il proprietario che dorme al sole sulla sdraio, con la musica di Roma a tutto volume: “ma che ce frega, ma che c’emporta, se l’oste ar vino c’ha messo l’acqua!”. In Abruzzo un bar/panineria/ristorante pieno di motociclisti. Scendiamo a pranzare un po’ più giù nel bosco. Il nostro panino non ha nulla da invidiare a quelli del ristorante. Pane fresco, ricotta e pomodoro. Nel frattempo, chiediamo indicazioni a dei signori che vengono dal sentiero che abbiamo deciso di fare al ritorno, per evitare di fare una discesa troppo ripida. Un signore molto gentile si ferma e ci indica sulla cartina il percorso. P2 C1 F7 F4.

Torniamo su al bar. Qui capiscono che veniamo da un’escursione e che siamo stanche, ci trattano molto gentilmente. Ci “accampiamo” un po’ stremate e dispieghiamo nuovamente la cartina. Seguendo la strada asfaltata da Opi a Forca d’Acero sono 12 km. Sicuramente per sentieri non ne abbiamo fatti di meno. È appagante essere arrivate, c’è soddisfazione in quel riposo e orgoglio nel ricordo. Dopo poco ripartiamo. Lungo il percorso sentiamo dei nitriti, e, per la mia felicità, li raggiungiamo. Un branco di cavalli fermo in una radura. Ci ignorano. Continuano a girare intorno a due alberi. Ci sono molti puledrini, e un cavallo enorme che deve essere il capobranco. È davvero imponente. Ritorniamo sul sentiero. Ormai il nostro passo è veloce, torniamo a Valfondillo spedite. Non è ancora il tramonto, ma il Sole è molto basso, crea dei raggi di luce che si insinuano tra i monti.

Torniamo alla nostra casetta affamate e stanche e soddisfatte, soddisfatte di essere riuscite a cavarcela da sole. A fare un percorso che pochi fanno. E poco importa la meta. Riuscite ad organizzarsi. A non perdersi, e se ci si perde, a ritrovarsi. Ad aver compiuto qualcosa, qualcosa di completo. Ad aver preparato una buona cena. Ad aver sfruttato la giornata a pieno senza ottenere qualcosa di concreto. Ad averla resa unica e propria. Ad essere state noi, tra tutti, ad essere rimaste vere.  Ad aver scherzato e riso. Ad aver messo un passo dietro l’altro fino a formare chilometri. Ad aver reso quei boschi un po’ più nostri. Ad aver resistito. Ad aver ascoltato. A non esserci accontentate. Ad aver dato il meglio di noi in tutto. A non aver scelto la via più facile ma la più piena.

La giornata finisce sotto le stelle, che brillano tutta la notte, luminose.

VENERDI

Questa mattina facciamo con calma. Dietro consiglio della nostra comune conoscenza di civitella abbiamo deciso di partecipare all’escursione serale a Pianezza, sul Monte Marsicano, la montagna che vediamo dal nostro campeggio. A 1400 m, dopo il tramonto e quando gli altri escursionisti si sono ritirati, dovrebbe essere facile avvistare cervi e camosci e volpi e, se si è davvero fortunati, orsi e lupi. Partiamo con la nostra guida, Umberto, e un gruppo variegato ed entusiasta. Umberto ci spiega che le possibilità di avvistamento dipendono da vari fattori: quanto disturbo è stato creato durante il giorno, quanto caldo ha fatto durante la giornata, quanto riusciremo a essere silenziosi e quanto saremo fortunati.

Cominciamo la salita. Nella prima tappa Umberto ci racconta un aneddoto “storico”: Prima questi monti erano dedicati alla transumanza, al pascolo delle pecore, e sui versanti erano costruiti degli stazzi, delle basse costruzioni di pietre e tetti di rami e foglie, per ospitare pecore e pastori la notte. Oggi rimangono solo i muretti di pietre. Li avevamo notati anche andando a Forca d’Acero. Ci racconta di un certo Leucio Coccia, guardiaparco storico, che lui ha conosciuto quando era bambino, e che gli aveva regalato un libro in cui raccontava le sue avventure in montagna. Una di queste avventure riguarda il delitto di Pescogrosso, la località dove ci troviamo noi ora. Pesco in abruzzese vuol dire masso. Pescasseroli è il grosso masso accanto al fiume Sangro. Quando era guardiaparco, Leucio Coccia era stato chiamato perché un orso aveva ucciso un gregge di una trentina di pecore. Ora, questo era un comportamento strano per un orso, che di solito cattura una pecora e se ne va a mangiarla in un luogo tranquillo. Allora il guardiaparco si reca sul luogo del delitto, e trova effettivamente 30 e più pecore uccise, con i segni del passaggio di un orso. La conclusione a cui giunse il guardiaparco è singolare. Dai segni dedussero che nella zona era passata una mamma orso con il suo cucciolo, e che il cucciolo era passato sopra il tetto dello stazzo, cascando all’interno e schiacciando un po’ di pecore. La mamma per recuperarlo aveva fatto altrettanto. In più avrebbe ammassato le pecore verso un angolo del muro, in modo da avere una “scala” per uscire. Le povere pecore sono morte schiacciate dal peso dei due orsi, o di paura. Umberto ci dice che è per questo libro probabilmente che lui e tanti altri ragazzi sono diventati guide del parco.

La salita continua. Umberto ci mostra un albero, che potrebbe essere uno “spennatoio”, dove le aquile portano le loro prede per mangiarle. Ci sono 6 coppie di aquile sul territorio, una di queste ha il nido sul monte alla nostra destra, nella Camosciara. Dovrebbe essere il Monte Amaro. Con molta fatica arriviamo a Pianezza e cominciamo l’appostamento. Oltre la linea di alberi davanti a noi si apre la riserva integrale in cui i cervi pascolano durante il giorno. Sulla destra c’è una fonte, usata dal lupo e dall’orso. Il panorama ripaga della fatica. Si vede il lago di Barrea incastrato tra i monti. A sinistra la cima del Monte Marsicano, coperta da un po’ di nuvole grigie. Mi viene in mente una canzone di Ivan Graziani, sulla libertà. La sentivo da piccola.

Quella nuvola grigia sul picco, tu la vedi volare.
È la pelle del lupo che nessuno mai catturerà.
È la mia libertà
.”

Ad un tratto il gruppo si agita. La nostra guida ha avvistato un camoscio con il cannocchiale. Sta su in alto, dove ci sono le nuvole, sta pascolando ed è solo. A turno ci affacciamo al cannocchiale per vederlo. I bambini sono agitatissimi. È strano. Sta là su, piccolo e incurante di noi strane creature che gli diamo tanta importanza. Perché abbiamo perso così tanto del nostro contatto con la Natura? Facciamo in tempo a dare un’occhiata tutti, ma dopo poco il camoscio sparisce. Continua l’attesa. Il tempo sembra non scorrere. È lento il movimento del sole che ci porta via la luce piano piano. È lento il bosco nel cambiare suoni mentre si prepara alla notte. Il vento è fermo come noi, costante, leggero.

E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando

Il momento di ripartire ci coglie quasi impreparati. Così appoggiati sul versante mi sembrava che fossimo tante rocce anche noi. Ci muniamo di torce. Andiamo veloci, nonostante il buio. Non era spaventosa la montagna di notte. Prima di andare facciamo qualche domanda alla guida e scopriamo che il è l’animale più difficile da avvistare, dopo l’orso naturalmente.

Si potrebbe pensare che siamo stati fortunati a vederlo, oppure sfortunati per non aver visto comparire i cervi. Io abito in città. Non ho mai visto un cervo o un camoscio, forse nemmeno una volpe. In città non sento mai il silenzio, quando cala il sole si accendono i lampioni per strada e non vedo mai le stelle, o il buio. Io ritengo che sia stata una serata molto fortunata.

SABATO

La mattina andiamo a Pescasseroli. Ci sembra quasi di essere estranee a una cittadina ora, ci sembra di essere montanare che scendono in paese solo per le commissioni. Ma quella di stamattina ci sta molto a cuore. Andiamo a trovare la nostra guida di venerdì sera. Vogliamo sapere come trovare il libro di cui ci aveva parlato. Ci dice che il libro non è di nessuna casa editrice e che lo vendeva la figlia del guardiaparco che ora è in pensione e che forse ha qualche copia a casa sua. Ci mostra una copia del libro, che ha avuto direttamente dal guardiaparco. C’è una dedica, ma non voglio leggerla. Il libro si chiama Avventure con Orsi e Lupi di Leucio Coccia. La figlia, la signora che dovremo cercare, si chiama Lucetta in onore del padre. Per trovarla dobbiamo ricorrere ai meccanismi di un paese, tra i legami dei suoi abitanti. È una realtà che noi, nuove generazioni della città, non abbiamo mai sperimentato, non siamo abituate a non poter conoscere subito tutto.

All’ora dell’appuntamento vediamo uscire una signora e le andiamo incontro, ci presentiamo e ci invita ad entrare a casa sua. Parliamo per quasi un’ora. Ci fa vedere tutti i trofei sciistici che ha vinto il padre, ci racconta fiera che la rivista Diana – una rivista di caccia dell’epoca – chiedeva spesso la collaborazione di suo padre, ci racconta di quando la portò a vedere l’orso catturato e di quanto facesse paura, dei suoi fratelli e delle due sorelle e del fatto che la madre fosse sempre preoccupata perché il padre usciva anche la notte per andare da solo in mezzo ai boschi. Ci chiede poco di noi, ma forse tutte le persone anziane sono così tanto attaccate ai ricordi che il presente non gli interessa più di tanto. Però ci dice che siamo delle brave ragazze. Quando arriva il momento di comprare il libro, sembra quasi dispiaciuta di separarsi da quelle poche copie rimaste. Usciate dall’appartamento ci guardiamo. Forse siamo cresciute un po’.

Nel pomeriggio torniamo alla Camosciara. Per prima cosa saliamo il sentiero che ci porta alle Cascate delle Tre Cannelle e la Cascata delle Ninfee, poi riscendiamo e prendiamo il sentiero G6 che porta al Rifugio Belvedere della Liscia. È un bel sentiero, poco battuto, che passa anche sopra un ruscello, e sale sale sale, fra rocce e rami che fanno da gradini. Sento fatica e soddisfazione ad ogni passo. E la cima del Monte Amaro, che ci ha accompagnato da lontano tutta la settimana, piano piano si fa più vicina. Purtroppo la prudenza ci convince che è troppo ripido per avventurarci oltre a pomeriggio inoltrato. Tornate alla nostra casa, la stanchezza di una settimana rivendica il suo posto.

La sveglia suona alle 5.30 AM. Vogliamo vedere l’alba. C’è già luce a d illuminare i monti, e un cucciolo di pastore abruzzese già sveglio decide di farci compagnia, anche se una compagnia un po’ molesta. Aspettiamo in silenzio che i colori del cielo si trasferiscano sugli alberi e sull’erba bagnata e sul Monte Marsicano. Salutare un luogo con un risveglio rende questo lento ritorno quasi sacro.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude
.”

IL RITORNO

Sono passati anni da quando sono tornata. Sono tornata, ho finito il libro della signora Lucetta, ho stampato le foto delle passeggiate, della casetta, ho ricordato con nostalgia, mi sono accorta di come mi abbia fatto cambiare e crescere questa settimana, ho parlato con chi mi ha confermato che le città non sono a misura d’uomo, ho cambiato un po’ di abitudini, ho nuove consapevolezze, una maggiore sicurezza in me. Sono tornata dove c’è campo per il telefono. Sono tornata a correre per prendere l’autobus e andare di corsa, tirata tra impegni e persone e doveri, in ritmi che non mi appartengono. Sono tornata tra tanti, troppi rumori, rumori spiacevoli e innaturali. Sono tornata sotto un cielo senza stelle. Sono tornata in una casa che mi tiene staccata da tutto quello che c’è fuori; era bello anche sentire il freddo la notte. Sono tornata a non essere completamente padrona del mio tempo. Sono tornata ad avere palazzi fuori dalla finestra. Sono tornata a vedermi passare accanto migliaia di persone al giorno senza salutarne nessuna. Sono tornata a camminare su un asfalto sempre uguale, e sicuramente a camminare di meno. Sono tornata ad andare a letto tardi, perché non sono stanca e non c’è differenza tra il giorno e la notte. Sono tornata dove c’è più cemento che alberi. Sono tornata tra persone che non conoscono i boschi, che non hanno da insegnarmi sul luogo dove sto, perché una città spesso non appartiene a nessuno. Sono tornata in una casa senza l’odore di quello che avevo cucinato la sera prima. Mi manca anche andare al lavatoio a lavare i piatti, la sera col freddo e la stanchezza. Sono tornata ad avere troppo, sicuramente più del necessario. Mi manca cercare il modo per arrangiarci, ingegnarci per sfruttare al meglio quello che avevamo e non sentire il bisogno di nulla di più. Mi manca sentirmi padrona di un mio luogo, che gestisco io, che mi renda un po’ più libera. Mi manca decidere e seguire il percorso della giornata. Mi manca potermi dedicare solo a ciò che ritengo mio, mi manca non dover incastrare quello che voglio tra quello che devo. Mi manca non sentire l’urgenza di sfruttare al massimo ogni istante. Mi manca una vita più vera, più mia. E mai un ritorno mi aveva fatto sentire così tanto la distanza percorsa.

 

 

Grazie infinite a Sara per questo racconto!

Se volete leggere altro di lei, vi lascio il collegamento al suo blog!