Come molti di voi già sapranno, a NOVEMBRE volerò in Patagonia per un bellissimo viaggio di gruppo! (trovate tutti i miei viaggi di gruppo sempre aggiornati cliccando qui ) e per farmi salire ancora di più la voglia che arrivi il giorno della partenza, ho deciso di pubblicare il bellissimo racconto scritto da Marta ! Buona lettura!

Buenos Aires, Patagonia e Tierra del Fuego di Marta Cammarata

Quando ero piccola il mio sogno era quello di poter vedere i pinguini in Patagonia, il tutto partì da uno di quei documentari naturalistici che vidi con mia nonna alla TV. Dunque dopo svariati viaggi nel continente nord americano decisi che era ora di realizzare quel sogno di bambina e andare un po’ più a sud.

Così nel novembre 2017 io e il mio compagno partiamo: direzione Patagonia.

Buenos Aires

Atterrati a Buenos Aires e dopo una breve sosta in ostello decidiamo di fare un salto nel famoso quartiere Palermo, conosciuta anche come la zona più giovane ed europea di Buenos Aires. Dopo una camminata attraverso vie piene di boutique colorate e negozi di brand locali, ci fermiamo a Plaza Serrano per una birra e da lì andiamo a cena al Calden de Soho a gustarci un buon piatto de lomo con papas.

Il nostro ostello è qualche metro prima della strada più larga e trafficata che io abbia mai visto, Avenida 9 de Julio (7 corsie per direzione…pazzesco!) e poco più in là sul palazzo del Ministero delle Opere Pubbliche compaiono i murales in acero che disegnano il profilo del viso di Evita Peron, donna, politica e artista venerata dal suo popolo.

 

La mattina seguente facciamo colazione lì vicino e assaggiamo gli alfajores con dulce de leche, un esplosione di dolcezza zuccherina in bocca.

Ci avviamo verso la Casa Rosada e il Ministero della Difesa e poi a Puerto Madero, zona lungo il fiume dove nel 2001 è stato costruito il ponte de la Mujer di Calatrava (molto simile a quello che abbiamo a Venezia). La Casa Rosada non è come uno se lo aspetta, però guardando verso il famoso balcone dove Evita si affacciava accanto al marito Presidente, ti sembra di vederla sorridente che saluta fiera il suo popolo.

 

Si sa che il posto che ha purtroppo la fama di essere il più pericoloso di Buenos Aires è la (Republica de la) Boca, ma non possiamo non andarci visto che è stato costruito da noi italiani un paio di secoli fa, per la precisione dai genovesi.

El Caminito è una riproduzione di come dovevano essere los conventillos (case popolari), quando furono costruite e dipinte dai genovesi immigrati con resti di imbarcazioni e pitture avanzate, ma è uno scoppio cromatico che ti cattura gli occhi e non puoi fare a meno di percorrere quella stradina più volte e scattare foto a ripetizione cercando di cogliere le diverse sfumature.

La bellezza de la Boca sta anche nei suoi murales che rappresentano storie di vita, gente comune e lotte politiche, come il muro su cui compaiono le immagini di dolore de los Desaparecidos, o la storia de la Republica de la Boca o i disegni che rappresentano il passionale ballo del tango che in passato era ballato da soli uomini. Dopo aver scattato una foto ricordo all’ingresso de la Bombonera, il famoso stadio del Boca Junior e dopo aver pranzato a El Gran Paraiso, ci spostiamo e passiamo qualche ora tra le vie di San Telmo, quartiere famoso per il suo mercato domenicale e per le botteghe tipiche che lo contornano.

L’ultimo giorno prima di volare verso la Patagonia lo passiamo macinando chilometri a piedi. Partiamo da Plaza Italia nel quartiere di Palermo e andiamo al Planetarium Galileo Galilei percorrendo un viale alberato e parchi dove i bonaerenses fanno jogging e passeggiamo sotto il caldo sole primaverile. Giungiamo fino al giardino dove si erge in cielo l’opera moderna Floralis Generalis, un fiore alto 20 metri fatto di acciaio che si apre e si chiude al sorgere e al tramontare del sole.

A una decina di chilometri di distanza c’è il Cementerio de la Recoleta (quest’ultimo è il nome del quartiere considerato uno dei più ricchi e borghesi della città) dove ci sono tombe che sono veri e propri mausolei, tra queste anche quella della compianta Evita Peron.  

Di fronte al cimitero, pranziamo al cafè storico la Biela, frequentato anche dallo scrittore Borges, per poi andare a fare un salto alla libreria El Ateneo costruita all’interno di un vecchio teatro. Dove prima sedeva l’orchestra che accompagnava gli spettacoli e dove gli spettatori dai vari palchetti si gustavano le opere, ci sono ora scaffali enormi pieni di libri, uno spettacolo per gli amanti della lettura.

 

El Calafate e il Perito Moreno

E’ ora di rotolare verso sud (come cantava qualcuno) e dopo un volo di 3 ore atterriamo a El Calafate, città famosa per la sua vicinanza all’immenso Perito Moreno, terza riserva mondiale di acqua dolce. Il nostro ostello è un paio di vie a sud dalla strada principale della città, piena di turisti vestiti nei loro abiti escursionistici, di ristoranti a volte tipici a volte no, di bar e cervecerias ma soprattutto zeppa di agenzie di viaggi e tour operator locali. El Calafate la ricorderò per sempre come el pueblito de los perros de la calle, cani randagi ma in forma, qui la gente del posto da loro cibo, acqua e le cure di cui hanno bisogno in una equilibrata convivenza tra l’uomo e il suo migliore amico. Un’altra immagine fotografata nella mia memoria è come alle 22.30 la luce del sole risplenda ancora in cielo, siamo a fine novembre e siamo nell’emisfero Sud e tutta questa luce a quest’ora è normale, ma a me emoziona.

La mattina seguente partiamo in direzione del parco Los Glaciares con un operatore locale (prenotato il giorno precedente dall’ostello). I chilometri che separano El Calafate dal parco sono sufficienti per goderci una natura che pensavamo non esistesse, l’immensità della steppa patagonica che stiamo attraversando, la Cordillera de los Andes, cavalli che galoppano liberi e in lontananza l’azzurro brillante del Lago Argentino che sembra non finire mai talmente è grande, quei colori sono più vicini all’immagine di un mare caraibico che a quelli di un lago. Paghiamo l’ingresso al parco e poi ci dirigiamo verso un porticciolo da cui salpiamo con un catamarano che ci conduce molto vicini al Brazo Norte del ghiacciaio…eccolo lì: el Perito Moreno! Le sensazioni che proviamo in questo momento sono di sottomissione, l’immensità di questa creazione della natura, con i suoi colori che vanno dal bianco accecante al carta da zucchero, dal blu più puro all’azzurro polvere. Rientrati col catamarano andiamo sul lato opposto del ghiacciaio, dove si può ammirare la maestosità del Perito Moreno da una chilometrica passerella in legno. Qui le gradazioni di azzurro, blu e bianco appaiono ancor di più su scala ampia, questa enorme massa di gelo appuntita che scricchiolando e tuonando, a tempi quasi cadenzati, porta a staccarsi pezzi di ghiaccio enormi come palazzi interi che crollano, e subito diventano piccoli iceberg che fluttuano nelle dolci e gelide acque circostanti. Andiamo a letto ricchi di un esperienza che ci ha cambiato profondamente, oggi la natura ci ha mostrato una delle parti più belle di sé.

Ho visto il Perito Moreno ok, ma ho bisogno di rivederlo un’altra volta, ne abbiamo bisogno!

Per questo il giorno dopo ci facciamo venire a prendere in ostello dal gaucho Luciano che gestisce una fattoria che dista circa 45 chilometri da El Calafate, lungo la Ruta Provincial 15. Una volta arrivati in questo splendido ranch nel mezzo della steppa patagonica e prima di conoscere i cavalli (la fattoria ne conta 18) che ci accompagneranno in passeggiata, Luciano ci offre dei dolci e del mate e nel mentre sella i cavalli. Vero è che un altro dei miei sogni di ragazzina era essere come los gauchos argentinos che cavalcano liberi e selvaggi nella steppa patagonica. Gaucho non lo sono e questi cavalli è ovvio che sono abituati ad uscire in passeggiata, ma sono quasi vicina al mio sogno e questo mi basta.

Passiamo la mattinata a cavallo tra le dolci collinette e la steppa patagonica dove incontriamo mucche, guanacos (simili ai lama) e cavalli. L’aria è frizzante ma il sole basso e caldo, tipico della primavera, mitiga la temperatura e dopo un po’ eccolo lì un’altra volta, el Perito Moreno nella sua maestosità.

Ormai è ora di pranzo e dopo essere arrivati a la Estancia Lago Roca el gaucho accende il fuoco e mette a cuocere delle bistecche che cosparge di sale pepe e peperoncino, vino Malbec in bicchieri di metallo, pane e si pranza tutti intorno al fuoco terminando con del buon mate, che come avrete capito qui è un rituale come in Italia lo è il caffè.

 

La Patagonia Cilena: Puerto Natales e Torres del Paine

E’ giunto il giorno di sconfinare e di vedere la Patagonia dal punto di vista cileno. Partiamo con un bus locale da El Calafate alle 5.30 del mattino, il sole è alto l’aria è come sempre frizzante, dopo aver attraversato un susseguirsi di lande immense e desolate, steppa patagonica, zone verdi e brulle e pueblitos, all’ora di pranzo giungiamo a Puerto Natales, Cile. Qui nell’ostello dove alloggiamo facciamo amicizia con il proprietario che viene chiamato dai locali Don Juan; una delle cose che ci porteremo dietro dal Cile patagonico sarà proprio l’amicizia con Juan. Ormai è tardo pomeriggio e decidiamo di andare a berci una birra al Baguales Cerveceria, birreria locale costruita in legno che serve anche del buon cibo.

La mattina dopo partiamo direzione Parque Nacional Torres del Paine, il cielo è di un profondo azzurro mai visto prima, pare quasi un disegno e il sole è una sfera gialla dorata e calda.

Dopo una breve sosta a la cueva del Milodon, caverna in cui ci abitava un erbivoro simile ad un bradipo gigante preistorico, appunto el Milodon, ecco in lontananza las tres Torres, 3 montagne granitiche simbolo della Patagonia cilena. Attraversiamo paesaggi incantevoli dove la natura fa sentire la sua forte presenza. Ci fermiamo al Lago Sarmiento le cui acque spaziano dal blu chiaro al blu scuro e sullo sfondo davanti a noi un gruppo di condor vola basso in cerca di cibo. Lungo il percorso, dei guanacos con i loro chulengos (i piccoli di guanacos) ci attraversano la strada. Ci dirigiamo a Laguna Amarga il cui colore mi ricorda latte e menta, arriviamo al Lago Pehoé da cui si ha un ottima visuale de los Cuernos, montagne granitiche a forma di corna. Un po’ più in là la cascata del Salto Grande unisce le acque del lago Norkfjord con il lago Pehoé. Poi su fino al lago Grey dove in lontananza si ammira il Glaciar Grey (non accessibile da vicino in questo tratto), il ghiacciaio Grey si unisce al Perito Moreno formando el Campo de Hielo Patagonico Sur per un totale di 350 chilomentri, un paio di giorni prima del nostro arrivo un grosso pezzo di questo enorme ghiacciaio si è staccato. Arrivati al Mirador Lago Grey decidiamo di catapultarci in spiaggia per poter vedere da più vicino l’immensità di questo ghiacciaio. Iniziamo a percorrere questa immensa distesa di sabbia attraversata da un vento costante, gelido e potente, ma lo spettacolo dalla riva è appagante, pezzi di ghiaccio che fluttuano in acqua attraversati dalla luce del sole che riflettono come diamanti e sullo sfondo un enorme distesa di ghiaccio. Torniamo in ostello soddisfatti e pronti per l’escursione verso las tres Torres che ci attende il giorno seguente.

Ore 7 e siamo già per strada, direzione Torres del Paine, dopo essere arrivati all’ingresso un mini bus interno al parco, dove gli escursionisti con i loro zaini stanno stretti come sardine in scatola, ci porta all’inizio del sentiero di circa 18 chilometri totali che vogliamo percorrere: el Mirador de las Torres. Dopo circa mezz’ora di cammino inizia una pioggia scrosciante che ci costringe a coprirci da capo a piedi con spolverini. Fortunatamente dopo un po’ cessa per lasciare spazio al sole che fa capolino in cielo, e noi proseguiamo la nostra salita. Dopo un paio d’ore arriviamo al Refugio Cile, poi da qui in un’altra ora arriviamo al Mirador ma l’ultima parte del sentiero è la più dura, rocce e salite su cui inerpicarsi e poi tutto ad un tratto eccole lì las tres Torres. La giornata è cristallina, il cielo azzurro e queste tre montagne che si riflettono nel lago lattiginoso circostante ci appagano e ci ricordano la grandezza della natura. Dopo una sosta e un pranzo al sacco ripartiamo scendendo lungo il sentiero e arrivando all’ingresso del parco lato Laguna Amarga intorno alle 18, da lì ritorniamo a Puerto Natales. E’ stato un percorso duro, le gambe sono indolenzite così come il resto del corpo, ma ne è valsa veramente la pena.

Ultimo giorno in Cile e lo usiamo per rilassarci un po’ nella splendida Puerto Natales, girovaghiamo per le vie della città, beviamo cioccolata calda, ci gustiamo un buon pranzo da Afrigonia (mix di gusti africani e patagonici, da provare!), ammiriamo la bellezza dell’Oceano che si affaccia sulla città, la grandezza delle montagne che la circondano, facciamo qualche foto dal molo, beviamo del mate e terminiamo la giornata in ostello a chiacchierare con altri escursionisti di ogni provenienza.

La mattina dopo siamo già sul bus che ci riporta in Argentina e salutando questo meraviglioso luogo percorriamo la lunga strada che ci conduce di nuovo a El Calafate. Oggi vogliamo goderci le rive del Lago Argentino, prendiamo un caffè di fronte alla meravigliosa laguna Nimez, girovaghiamo per le strade di El Calafate e concludiamo con una buona cena.

La Fin del Mundo: Ushuaia e la Tierra del Fuego

Eccoci all’ultima tappa, quella che ci ha portato a decidere di fare questo viaggio, la Fin del Mundo. Voliamo ad Ushuaia e all’ora di pranzo siamo già in giro alla ricerca di un ristorante fueguino (cioè di cibo tipico della Tierra del Fuego) e di un tour da poter fare il giorno seguente. Ushuaia è la città più australe del mondo, costruita sotto le montagne e in riva all’Oceano di fronte al canale di Beagle, ti abbraccia e ti fa sentire protetto.

Il giorno successivo partiamo in barca intorno le 9 dal molo di Ushuaia, stiamo navigando nel famoso ed impetuoso canale di Beagle, procediamo poi con l’imbarcazione verso Les Eclaireurs faro rosso e bianco che si erge su un isoletta su cui vivono colonie di cormorani e leoni marini. Da lontano si scorge la Ilsa de Navarino che appartiene al Cile e sopra di essa Puerto Williams, piccola cittadina portuale cilena. Procedendo vediamo Isla Gable (chiamata così per la forma delle rocce che somigliano a case con doppio tetto). Giungiamo poi lungo le coste de la Isla de Martillo, chiamata anche la Isla de los Penguinos, e finalmente il mio sogno di bambina si realizza: davanti a noi centinaia di pinguini di Magellano che zompettano e corrono su è giù dalla riva, alcuni si tuffano nelle gelide acque del canale di Beagle altri più dubbiosi fuggono dall’infrangersi delle onde sulla riva. Su quest’isola oltre al pinguino patagonico (conosciuto come pinguino di Magellano), si trovano anche i pinguini papúa e i pinguini re. Starei ad ammirarli per ore, seguendoli con lo sguardo uno per uno per cercare di captare le loro successive mosse ed immaginarmi le conversazioni che avrebbero l’uno con l’altro se solo potessero parlare.

Una volta rientrati al porto ci dirigiamo al bar El Ideal che è il più antico di Ushuaia (dal 1951), locale perfetto per cenare e concludere nel migliore dei modi questa giornata.

Fin del Mundo (così dice il cartello sul molo di Ushuaia), ore 9 del mattino. Pablo e Jorge passano a prenderci in auto e ci dirigiamo verso el Parque de la Tierra del Fuego. D’obbligo lungo la strada condividere un buon mate per darci la carica giusta per l’escursione. Ci raccontano la storia di queste terre, degli Yamana il popolo originario, della prigione da cui i galeotti costruirono la ferrovia e degli italiani che negli anni ‘50 aiutarono los fueguinos a ricostruire la città. Una volta superato l’ingresso del parco iniziamo il trekking nel bosco, dove incontriamo enormi alberi e uccelli come il pajaro carpintero che col suo becco martella i tronchi in cerca del pranzo, e poi via a camminare lungo le spiagge che costeggiano il canale di Beagle. Dopo 3 ore circa di camminata arriviamo nei pressi del lago Roca dove Jorge ci ha preparato il pranzo: salame, formaggio, un bicchiere di vino Malbec, e la sua famosa chimichurri (condimento con olio di girasole, aceto, peperoncino, aglio, cipolla e origano) con choripán cotto nel chulenco (barbecue locale). Dopo un caffè ci prepariamo per fare la traversata del lago Roca in canoa. Non appena entrati in acqua iniziamo a remare, il tempo oggi è variabile, sole e poi vento, ad un certo punto nuota a fianco a noi un leone marino probabilmente a caccia di trote. Diventa sempre più difficile remare, le acque sono impervie e quando siamo nel mezzo della traversata iniziano folate di vento gelido provenienti dall’Antartide che ci scuotono e sembrano volerci trasportare a sud, in mezzo al canale di Beagle. Riusciamo con fatica e forza ad arrivare sul lato opposto del lago, a questo punto un altro giro di mate ci spetta di diritto.

Rientrati ad Ushuaia, per la nostra ultima sera decidiamo di cenare con empanadas, e le migliori di Ushuaia le trovate da Doña Lupita a 30 pesos l’una. Dopo un giro lungo il molo per ammirare un ultima volta il canale di Beagle su cui si riflettono le luci della città, andiamo a letto con la promessa di tornare un giorno per scendere ancora più a Sud!

Ultimi giorni a Buenos Aires

Il nostro viaggio a Sud del mondo sta ormai per finire. Voliamo verso la capitale argentina, lasciando una temperatura di 10 gradi per un’altra di 35. Questa volta alloggiamo a Palermo, zona pulsante e viva sia di giorno che di notte.

Ci restano ancora un paio di giorni da trascorrere in questa meravigliosa città del mondo latino. La mattinata la passiamo in relax a vagare per Buenos Aires, e dopo una bella colazione ci dirigiamo verso il teatro Colon, uno dei teatri più grandi al mondo, cerchiamo poi un po’ di frescura sotto gli alberi di Plaza la Valle. Decidiamo di tornare su Avenida 9 de Julio per vedere l’obelisco addobbato per le festività natalizie, proseguiamo verso Palacio Barolo costruito su ispirazione alla Divina Commedia di Dante e curiosiamo gli interni anni ‘40 del Cafè Tortoni. Torniamo poi verso la Casa Rosada, oggi è giovedì e come ogni giovedì da oltre 30 anni a questa parte qui si ritrovano las madres de Plaza de Mayo, donne a cui sono stati portati via figli, nipoti, mariti e che sono purtroppo conosciuti con il nome di desaparecidos. La loro protesta è pacifica, con manifesti, canti e preghiere girano intorno alla piramide che si trova al centro della piazza, questo momento è molto toccante.

La serata la passiamo a Palermo e dopo aver girovagato ed esserci rilassati tra Viejo, Soho e Hollywood ci gustiamo un bel piatto di parrilla e del vino tinto nel ristorante Las Cabras.

L’ultimo giorno decidiamo di spostarci a Tigre, piccola cittadina costruita sul delta del fiume Paranà a circa 30 chilometri dalla città di Buenos Aires. La giornata è bollente, si toccano i 38 gradi e nonostante ci sia il fiume, il fresco non arriva nemmeno a Tigre. Oggi 8 dicembre è giornata di festa e sulle barche e per le strade la gente si rilassa, ascolta musica, beve e mangia. Facciamo un giro lungo il fiume e pranziamo in uno dei tanti locali che lo costeggiano. Ormai la nostra giornata giunge al termine e dopo una cena a base di pizza (lo so, non si dovrebbe fare al di fuori dell’Italia, ma ne avevamo troppa voglia) andiamo in una Milonga per ammirare i ballerini di tango. Nonostante i 40 gradi e l’aria irrespirabile ci gustiamo questo momento, il locale è buio ed un offuscata luce rossa rende il tutto molto romantico, le coppie si formano man mano e con un sottofondo di musica straziante iniziano a danzare. E’ quasi l’una di notte e ce ne andiamo a letto, domani ci aspetta il nostro viaggio di ritorno.

Quando mi chiedono cosa mi è rimasto della Patagonia rispondo la purezza. Questa è una terra che non ha eguali, un luogo quasi incontaminato, dove l’uomo moderno non ha ancora intaccato la primitività della natura. Il suo infinito cielo azzurro e le sue nuvole bianche candide di forma perfetta mi rimarranno sempre impressi nella mente.

Chatwin diceva “La Patagonia! E’ un’amante difficile. Lancia il suo incantesimo. Un’ammaliatrice! Ti stringe nelle sue braccia e non ti lascia più”.

Marta