Buenos Aires, Patagonia e Tierra del Fuego

Come molti di voi già sapranno, a NOVEMBRE volerò in Patagonia per un bellissimo viaggio di gruppo! (trovate tutti i miei viaggi di gruppo sempre aggiornati cliccando qui ) e per farmi salire ancora di più la voglia che arrivi il giorno della partenza, ho deciso di pubblicare il bellissimo racconto scritto da Marta ! Buona lettura!

Buenos Aires, Patagonia e Tierra del Fuego di Marta Cammarata

Quando ero piccola il mio sogno era quello di poter vedere i pinguini in Patagonia, il tutto partì da uno di quei documentari naturalistici che vidi con mia nonna alla TV. Dunque dopo svariati viaggi nel continente nord americano decisi che era ora di realizzare quel sogno di bambina e andare un po’ più a sud.

Così nel novembre 2017 io e il mio compagno partiamo: direzione Patagonia.

Buenos Aires

Atterrati a Buenos Aires e dopo una breve sosta in ostello decidiamo di fare un salto nel famoso quartiere Palermo, conosciuta anche come la zona più giovane ed europea di Buenos Aires. Dopo una camminata attraverso vie piene di boutique colorate e negozi di brand locali, ci fermiamo a Plaza Serrano per una birra e da lì andiamo a cena al Calden de Soho a gustarci un buon piatto de lomo con papas.

Il nostro ostello è qualche metro prima della strada più larga e trafficata che io abbia mai visto, Avenida 9 de Julio (7 corsie per direzione…pazzesco!) e poco più in là sul palazzo del Ministero delle Opere Pubbliche compaiono i murales in acero che disegnano il profilo del viso di Evita Peron, donna, politica e artista venerata dal suo popolo.

 

La mattina seguente facciamo colazione lì vicino e assaggiamo gli alfajores con dulce de leche, un esplosione di dolcezza zuccherina in bocca.

Ci avviamo verso la Casa Rosada e il Ministero della Difesa e poi a Puerto Madero, zona lungo il fiume dove nel 2001 è stato costruito il ponte de la Mujer di Calatrava (molto simile a quello che abbiamo a Venezia). La Casa Rosada non è come uno se lo aspetta, però guardando verso il famoso balcone dove Evita si affacciava accanto al marito Presidente, ti sembra di vederla sorridente che saluta fiera il suo popolo.

 

Si sa che il posto che ha purtroppo la fama di essere il più pericoloso di Buenos Aires è la (Republica de la) Boca, ma non possiamo non andarci visto che è stato costruito da noi italiani un paio di secoli fa, per la precisione dai genovesi.

El Caminito è una riproduzione di come dovevano essere los conventillos (case popolari), quando furono costruite e dipinte dai genovesi immigrati con resti di imbarcazioni e pitture avanzate, ma è uno scoppio cromatico che ti cattura gli occhi e non puoi fare a meno di percorrere quella stradina più volte e scattare foto a ripetizione cercando di cogliere le diverse sfumature.

La bellezza de la Boca sta anche nei suoi murales che rappresentano storie di vita, gente comune e lotte politiche, come il muro su cui compaiono le immagini di dolore de los Desaparecidos, o la storia de la Republica de la Boca o i disegni che rappresentano il passionale ballo del tango che in passato era ballato da soli uomini. Dopo aver scattato una foto ricordo all’ingresso de la Bombonera, il famoso stadio del Boca Junior e dopo aver pranzato a El Gran Paraiso, ci spostiamo e passiamo qualche ora tra le vie di San Telmo, quartiere famoso per il suo mercato domenicale e per le botteghe tipiche che lo contornano.

L’ultimo giorno prima di volare verso la Patagonia lo passiamo macinando chilometri a piedi. Partiamo da Plaza Italia nel quartiere di Palermo e andiamo al Planetarium Galileo Galilei percorrendo un viale alberato e parchi dove i bonaerenses fanno jogging e passeggiamo sotto il caldo sole primaverile. Giungiamo fino al giardino dove si erge in cielo l’opera moderna Floralis Generalis, un fiore alto 20 metri fatto di acciaio che si apre e si chiude al sorgere e al tramontare del sole.

A una decina di chilometri di distanza c’è il Cementerio de la Recoleta (quest’ultimo è il nome del quartiere considerato uno dei più ricchi e borghesi della città) dove ci sono tombe che sono veri e propri mausolei, tra queste anche quella della compianta Evita Peron.  

Di fronte al cimitero, pranziamo al cafè storico la Biela, frequentato anche dallo scrittore Borges, per poi andare a fare un salto alla libreria El Ateneo costruita all’interno di un vecchio teatro. Dove prima sedeva l’orchestra che accompagnava gli spettacoli e dove gli spettatori dai vari palchetti si gustavano le opere, ci sono ora scaffali enormi pieni di libri, uno spettacolo per gli amanti della lettura.

 

El Calafate e il Perito Moreno

E’ ora di rotolare verso sud (come cantava qualcuno) e dopo un volo di 3 ore atterriamo a El Calafate, città famosa per la sua vicinanza all’immenso Perito Moreno, terza riserva mondiale di acqua dolce. Il nostro ostello è un paio di vie a sud dalla strada principale della città, piena di turisti vestiti nei loro abiti escursionistici, di ristoranti a volte tipici a volte no, di bar e cervecerias ma soprattutto zeppa di agenzie di viaggi e tour operator locali. El Calafate la ricorderò per sempre come el pueblito de los perros de la calle, cani randagi ma in forma, qui la gente del posto da loro cibo, acqua e le cure di cui hanno bisogno in una equilibrata convivenza tra l’uomo e il suo migliore amico. Un’altra immagine fotografata nella mia memoria è come alle 22.30 la luce del sole risplenda ancora in cielo, siamo a fine novembre e siamo nell’emisfero Sud e tutta questa luce a quest’ora è normale, ma a me emoziona.

La mattina seguente partiamo in direzione del parco Los Glaciares con un operatore locale (prenotato il giorno precedente dall’ostello). I chilometri che separano El Calafate dal parco sono sufficienti per goderci una natura che pensavamo non esistesse, l’immensità della steppa patagonica che stiamo attraversando, la Cordillera de los Andes, cavalli che galoppano liberi e in lontananza l’azzurro brillante del Lago Argentino che sembra non finire mai talmente è grande, quei colori sono più vicini all’immagine di un mare caraibico che a quelli di un lago. Paghiamo l’ingresso al parco e poi ci dirigiamo verso un porticciolo da cui salpiamo con un catamarano che ci conduce molto vicini al Brazo Norte del ghiacciaio…eccolo lì: el Perito Moreno! Le sensazioni che proviamo in questo momento sono di sottomissione, l’immensità di questa creazione della natura, con i suoi colori che vanno dal bianco accecante al carta da zucchero, dal blu più puro all’azzurro polvere. Rientrati col catamarano andiamo sul lato opposto del ghiacciaio, dove si può ammirare la maestosità del Perito Moreno da una chilometrica passerella in legno. Qui le gradazioni di azzurro, blu e bianco appaiono ancor di più su scala ampia, questa enorme massa di gelo appuntita che scricchiolando e tuonando, a tempi quasi cadenzati, porta a staccarsi pezzi di ghiaccio enormi come palazzi interi che crollano, e subito diventano piccoli iceberg che fluttuano nelle dolci e gelide acque circostanti. Andiamo a letto ricchi di un esperienza che ci ha cambiato profondamente, oggi la natura ci ha mostrato una delle parti più belle di sé.

Ho visto il Perito Moreno ok, ma ho bisogno di rivederlo un’altra volta, ne abbiamo bisogno!

Per questo il giorno dopo ci facciamo venire a prendere in ostello dal gaucho Luciano che gestisce una fattoria che dista circa 45 chilometri da El Calafate, lungo la Ruta Provincial 15. Una volta arrivati in questo splendido ranch nel mezzo della steppa patagonica e prima di conoscere i cavalli (la fattoria ne conta 18) che ci accompagneranno in passeggiata, Luciano ci offre dei dolci e del mate e nel mentre sella i cavalli. Vero è che un altro dei miei sogni di ragazzina era essere come los gauchos argentinos che cavalcano liberi e selvaggi nella steppa patagonica. Gaucho non lo sono e questi cavalli è ovvio che sono abituati ad uscire in passeggiata, ma sono quasi vicina al mio sogno e questo mi basta.

Passiamo la mattinata a cavallo tra le dolci collinette e la steppa patagonica dove incontriamo mucche, guanacos (simili ai lama) e cavalli. L’aria è frizzante ma il sole basso e caldo, tipico della primavera, mitiga la temperatura e dopo un po’ eccolo lì un’altra volta, el Perito Moreno nella sua maestosità.

Ormai è ora di pranzo e dopo essere arrivati a la Estancia Lago Roca el gaucho accende il fuoco e mette a cuocere delle bistecche che cosparge di sale pepe e peperoncino, vino Malbec in bicchieri di metallo, pane e si pranza tutti intorno al fuoco terminando con del buon mate, che come avrete capito qui è un rituale come in Italia lo è il caffè.

 

La Patagonia Cilena: Puerto Natales e Torres del Paine

E’ giunto il giorno di sconfinare e di vedere la Patagonia dal punto di vista cileno. Partiamo con un bus locale da El Calafate alle 5.30 del mattino, il sole è alto l’aria è come sempre frizzante, dopo aver attraversato un susseguirsi di lande immense e desolate, steppa patagonica, zone verdi e brulle e pueblitos, all’ora di pranzo giungiamo a Puerto Natales, Cile. Qui nell’ostello dove alloggiamo facciamo amicizia con il proprietario che viene chiamato dai locali Don Juan; una delle cose che ci porteremo dietro dal Cile patagonico sarà proprio l’amicizia con Juan. Ormai è tardo pomeriggio e decidiamo di andare a berci una birra al Baguales Cerveceria, birreria locale costruita in legno che serve anche del buon cibo.

La mattina dopo partiamo direzione Parque Nacional Torres del Paine, il cielo è di un profondo azzurro mai visto prima, pare quasi un disegno e il sole è una sfera gialla dorata e calda.

Dopo una breve sosta a la cueva del Milodon, caverna in cui ci abitava un erbivoro simile ad un bradipo gigante preistorico, appunto el Milodon, ecco in lontananza las tres Torres, 3 montagne granitiche simbolo della Patagonia cilena. Attraversiamo paesaggi incantevoli dove la natura fa sentire la sua forte presenza. Ci fermiamo al Lago Sarmiento le cui acque spaziano dal blu chiaro al blu scuro e sullo sfondo davanti a noi un gruppo di condor vola basso in cerca di cibo. Lungo il percorso, dei guanacos con i loro chulengos (i piccoli di guanacos) ci attraversano la strada. Ci dirigiamo a Laguna Amarga il cui colore mi ricorda latte e menta, arriviamo al Lago Pehoé da cui si ha un ottima visuale de los Cuernos, montagne granitiche a forma di corna. Un po’ più in là la cascata del Salto Grande unisce le acque del lago Norkfjord con il lago Pehoé. Poi su fino al lago Grey dove in lontananza si ammira il Glaciar Grey (non accessibile da vicino in questo tratto), il ghiacciaio Grey si unisce al Perito Moreno formando el Campo de Hielo Patagonico Sur per un totale di 350 chilomentri, un paio di giorni prima del nostro arrivo un grosso pezzo di questo enorme ghiacciaio si è staccato. Arrivati al Mirador Lago Grey decidiamo di catapultarci in spiaggia per poter vedere da più vicino l’immensità di questo ghiacciaio. Iniziamo a percorrere questa immensa distesa di sabbia attraversata da un vento costante, gelido e potente, ma lo spettacolo dalla riva è appagante, pezzi di ghiaccio che fluttuano in acqua attraversati dalla luce del sole che riflettono come diamanti e sullo sfondo un enorme distesa di ghiaccio. Torniamo in ostello soddisfatti e pronti per l’escursione verso las tres Torres che ci attende il giorno seguente.

Ore 7 e siamo già per strada, direzione Torres del Paine, dopo essere arrivati all’ingresso un mini bus interno al parco, dove gli escursionisti con i loro zaini stanno stretti come sardine in scatola, ci porta all’inizio del sentiero di circa 18 chilometri totali che vogliamo percorrere: el Mirador de las Torres. Dopo circa mezz’ora di cammino inizia una pioggia scrosciante che ci costringe a coprirci da capo a piedi con spolverini. Fortunatamente dopo un po’ cessa per lasciare spazio al sole che fa capolino in cielo, e noi proseguiamo la nostra salita. Dopo un paio d’ore arriviamo al Refugio Cile, poi da qui in un’altra ora arriviamo al Mirador ma l’ultima parte del sentiero è la più dura, rocce e salite su cui inerpicarsi e poi tutto ad un tratto eccole lì las tres Torres. La giornata è cristallina, il cielo azzurro e queste tre montagne che si riflettono nel lago lattiginoso circostante ci appagano e ci ricordano la grandezza della natura. Dopo una sosta e un pranzo al sacco ripartiamo scendendo lungo il sentiero e arrivando all’ingresso del parco lato Laguna Amarga intorno alle 18, da lì ritorniamo a Puerto Natales. E’ stato un percorso duro, le gambe sono indolenzite così come il resto del corpo, ma ne è valsa veramente la pena.

Ultimo giorno in Cile e lo usiamo per rilassarci un po’ nella splendida Puerto Natales, girovaghiamo per le vie della città, beviamo cioccolata calda, ci gustiamo un buon pranzo da Afrigonia (mix di gusti africani e patagonici, da provare!), ammiriamo la bellezza dell’Oceano che si affaccia sulla città, la grandezza delle montagne che la circondano, facciamo qualche foto dal molo, beviamo del mate e terminiamo la giornata in ostello a chiacchierare con altri escursionisti di ogni provenienza.

La mattina dopo siamo già sul bus che ci riporta in Argentina e salutando questo meraviglioso luogo percorriamo la lunga strada che ci conduce di nuovo a El Calafate. Oggi vogliamo goderci le rive del Lago Argentino, prendiamo un caffè di fronte alla meravigliosa laguna Nimez, girovaghiamo per le strade di El Calafate e concludiamo con una buona cena.

La Fin del Mundo: Ushuaia e la Tierra del Fuego

Eccoci all’ultima tappa, quella che ci ha portato a decidere di fare questo viaggio, la Fin del Mundo. Voliamo ad Ushuaia e all’ora di pranzo siamo già in giro alla ricerca di un ristorante fueguino (cioè di cibo tipico della Tierra del Fuego) e di un tour da poter fare il giorno seguente. Ushuaia è la città più australe del mondo, costruita sotto le montagne e in riva all’Oceano di fronte al canale di Beagle, ti abbraccia e ti fa sentire protetto.

Il giorno successivo partiamo in barca intorno le 9 dal molo di Ushuaia, stiamo navigando nel famoso ed impetuoso canale di Beagle, procediamo poi con l’imbarcazione verso Les Eclaireurs faro rosso e bianco che si erge su un isoletta su cui vivono colonie di cormorani e leoni marini. Da lontano si scorge la Ilsa de Navarino che appartiene al Cile e sopra di essa Puerto Williams, piccola cittadina portuale cilena. Procedendo vediamo Isla Gable (chiamata così per la forma delle rocce che somigliano a case con doppio tetto). Giungiamo poi lungo le coste de la Isla de Martillo, chiamata anche la Isla de los Penguinos, e finalmente il mio sogno di bambina si realizza: davanti a noi centinaia di pinguini di Magellano che zompettano e corrono su è giù dalla riva, alcuni si tuffano nelle gelide acque del canale di Beagle altri più dubbiosi fuggono dall’infrangersi delle onde sulla riva. Su quest’isola oltre al pinguino patagonico (conosciuto come pinguino di Magellano), si trovano anche i pinguini papúa e i pinguini re. Starei ad ammirarli per ore, seguendoli con lo sguardo uno per uno per cercare di captare le loro successive mosse ed immaginarmi le conversazioni che avrebbero l’uno con l’altro se solo potessero parlare.

Una volta rientrati al porto ci dirigiamo al bar El Ideal che è il più antico di Ushuaia (dal 1951), locale perfetto per cenare e concludere nel migliore dei modi questa giornata.

Fin del Mundo (così dice il cartello sul molo di Ushuaia), ore 9 del mattino. Pablo e Jorge passano a prenderci in auto e ci dirigiamo verso el Parque de la Tierra del Fuego. D’obbligo lungo la strada condividere un buon mate per darci la carica giusta per l’escursione. Ci raccontano la storia di queste terre, degli Yamana il popolo originario, della prigione da cui i galeotti costruirono la ferrovia e degli italiani che negli anni ‘50 aiutarono los fueguinos a ricostruire la città. Una volta superato l’ingresso del parco iniziamo il trekking nel bosco, dove incontriamo enormi alberi e uccelli come il pajaro carpintero che col suo becco martella i tronchi in cerca del pranzo, e poi via a camminare lungo le spiagge che costeggiano il canale di Beagle. Dopo 3 ore circa di camminata arriviamo nei pressi del lago Roca dove Jorge ci ha preparato il pranzo: salame, formaggio, un bicchiere di vino Malbec, e la sua famosa chimichurri (condimento con olio di girasole, aceto, peperoncino, aglio, cipolla e origano) con choripán cotto nel chulenco (barbecue locale). Dopo un caffè ci prepariamo per fare la traversata del lago Roca in canoa. Non appena entrati in acqua iniziamo a remare, il tempo oggi è variabile, sole e poi vento, ad un certo punto nuota a fianco a noi un leone marino probabilmente a caccia di trote. Diventa sempre più difficile remare, le acque sono impervie e quando siamo nel mezzo della traversata iniziano folate di vento gelido provenienti dall’Antartide che ci scuotono e sembrano volerci trasportare a sud, in mezzo al canale di Beagle. Riusciamo con fatica e forza ad arrivare sul lato opposto del lago, a questo punto un altro giro di mate ci spetta di diritto.

Rientrati ad Ushuaia, per la nostra ultima sera decidiamo di cenare con empanadas, e le migliori di Ushuaia le trovate da Doña Lupita a 30 pesos l’una. Dopo un giro lungo il molo per ammirare un ultima volta il canale di Beagle su cui si riflettono le luci della città, andiamo a letto con la promessa di tornare un giorno per scendere ancora più a Sud!

Ultimi giorni a Buenos Aires

Il nostro viaggio a Sud del mondo sta ormai per finire. Voliamo verso la capitale argentina, lasciando una temperatura di 10 gradi per un’altra di 35. Questa volta alloggiamo a Palermo, zona pulsante e viva sia di giorno che di notte.

Ci restano ancora un paio di giorni da trascorrere in questa meravigliosa città del mondo latino. La mattinata la passiamo in relax a vagare per Buenos Aires, e dopo una bella colazione ci dirigiamo verso il teatro Colon, uno dei teatri più grandi al mondo, cerchiamo poi un po’ di frescura sotto gli alberi di Plaza la Valle. Decidiamo di tornare su Avenida 9 de Julio per vedere l’obelisco addobbato per le festività natalizie, proseguiamo verso Palacio Barolo costruito su ispirazione alla Divina Commedia di Dante e curiosiamo gli interni anni ‘40 del Cafè Tortoni. Torniamo poi verso la Casa Rosada, oggi è giovedì e come ogni giovedì da oltre 30 anni a questa parte qui si ritrovano las madres de Plaza de Mayo, donne a cui sono stati portati via figli, nipoti, mariti e che sono purtroppo conosciuti con il nome di desaparecidos. La loro protesta è pacifica, con manifesti, canti e preghiere girano intorno alla piramide che si trova al centro della piazza, questo momento è molto toccante.

La serata la passiamo a Palermo e dopo aver girovagato ed esserci rilassati tra Viejo, Soho e Hollywood ci gustiamo un bel piatto di parrilla e del vino tinto nel ristorante Las Cabras.

L’ultimo giorno decidiamo di spostarci a Tigre, piccola cittadina costruita sul delta del fiume Paranà a circa 30 chilometri dalla città di Buenos Aires. La giornata è bollente, si toccano i 38 gradi e nonostante ci sia il fiume, il fresco non arriva nemmeno a Tigre. Oggi 8 dicembre è giornata di festa e sulle barche e per le strade la gente si rilassa, ascolta musica, beve e mangia. Facciamo un giro lungo il fiume e pranziamo in uno dei tanti locali che lo costeggiano. Ormai la nostra giornata giunge al termine e dopo una cena a base di pizza (lo so, non si dovrebbe fare al di fuori dell’Italia, ma ne avevamo troppa voglia) andiamo in una Milonga per ammirare i ballerini di tango. Nonostante i 40 gradi e l’aria irrespirabile ci gustiamo questo momento, il locale è buio ed un offuscata luce rossa rende il tutto molto romantico, le coppie si formano man mano e con un sottofondo di musica straziante iniziano a danzare. E’ quasi l’una di notte e ce ne andiamo a letto, domani ci aspetta il nostro viaggio di ritorno.

Quando mi chiedono cosa mi è rimasto della Patagonia rispondo la purezza. Questa è una terra che non ha eguali, un luogo quasi incontaminato, dove l’uomo moderno non ha ancora intaccato la primitività della natura. Il suo infinito cielo azzurro e le sue nuvole bianche candide di forma perfetta mi rimarranno sempre impressi nella mente.

Chatwin diceva “La Patagonia! E’ un’amante difficile. Lancia il suo incantesimo. Un’ammaliatrice! Ti stringe nelle sue braccia e non ti lascia più”.

Marta

Un viaggio in Canada

Un viaggio in Canada. Di Enrico Ceccarelli

Aprile in Canada

Quando hai solo venticinque anni ancora da compiere, hai passato la maggior parte della tua vita su le colline della periferia romana in un paesino di appena cinquemila abitanti e hai viaggiato qua e là per l’Europa , guardi la distanza tra Roma e Vancouver sulla mappa geografica appesa in cameretta, inchiodata al muro come una lista di promemoria da non dimenticare e sì, ti vengono le vertigini.
Ti separano nove ore di fuso orario e dodici o undici ore di aereo dalla destinazione che hai a lungo meditato e mai avuto il coraggio di toccare.
Tra la costa occidentale e quella orientale del Canada c’è un volo di almeno quattro ore, sopra steppe, laghi, montagne e foreste, sedendo sopra 1/3 del continente Nord Americano.
Scegliere dove atterrare, quindi, non è facile, soprattutto se si inizia a cercare sul web qualche informazione in più per dirigere i propri passi in una nazione che offre tutto tranne, forse, una bella spiaggia assolata con una distesa d’acqua calda e  cristallina dove immergersi, ma se, come me, non sei un fan dei zero metri sopra il livello del mare, puoi continuare a leggere questa piccola storia che è poco meno di una guida e poco più di un consiglio.
La mia scelta è ricaduta su Vancouver, la “Hollywood del Canada” la chiamano, la capitale della East Coast canadese, 9h di fuso orario da Roma, affacciata sulla Baia di Vancouver e incoronata da una cintura di montagne innevate sino ai primi giorni di Maggio, visibili mentre sedete sulla sabbia di Kitsilano Beach, proprio dietro casa di Ryan Reynolds.
E’ la città più mite del Canada, ma anche la più bagnata, poiché nebbia e pioggia la inondano per la maggior parte del periodo invernale, ma il meteo è così volubile e soggetto a repentini cambiamenti che si è soliti dire :” quando esci di casa a Vancouver, portati l’ombrello e gli occhiali da sole”.
Come ci sono arrivato ? Andiamo per gradi.

Da dove partire ?

Se siete tra coloro che vogliono sedere comodi e viaggiare in fretta, allora potete saltare all’articolo successivo, se invece siete disposti ad accettare uno o più scali in aeroporto e un jet lag niente male, posso dirvi che io sono partito da Roma (FCO) direzione Amsterdam, dove ho avuto il tempo di consumare un pranzo veloce prima della coincidenza per Vancouver (YVR) , sì esatto,  dall’Europa direttamente sino all’altra parte del mondo o quasi.
Partire di giorno e arrivare di giorno è un’esperienza mistica, soprattutto se non riuscite a chiudere un occhio nelle dieci ore d’aereo che vi attendono.
Non posso nascondere che il Canada ha delle frontiere molto rigide, ottenere un pass – che sia turistico o meno – è un’operazione che va anticipata per tempo, tramite il sito governativo canadese, in pochi passaggi, ma necessari.
Esibite il vostro passaporto, dichiarate durata, motivo ed itinerario del vostro soggiorno, quindi cosa portate con voi e qualche altra domanda di rito, forse qualcuna in più del solito.
Ad accogliervi sarà un’articolata fontana nell’atrio degli arrivi internazionali , sorvegliata da un paio di totem di legno alti due o tre uomini e mezzo, connubio che suggerisce e cela ciò che il Canada realmente offre, ma starà a voi scoprirlo.

Vancouver

La città di Vancouver:
E’ importante che sappiate che Vancouver per me è stata una “casa” per almeno 30 giorni, dal momento che il mio viaggio, nonostante programmato da anni, ha incluso un corso d’inglese della durata suddetta, ma ha comunque permesso di spaziare qua e là in quelli che , sul mappamondo, sembrano tutti posti vicini, ma poi realizzate troppo tardi che necessitano di almeno quattro o cinque ore di macchina per essere raggiunti.
Partiamo da centro di Vancouver dove c’è un groviglio di vetro, acciaio e clacson, che si erge verso l’alto in uno skyline che non fa invidia alle grandi metropoli del Nord America ma non ne condivide l’opprimente angustia e la vasta distesa, poiché tutto è concentrato in una porzione della città, il Downtown, alleggerito da viali alberati, numerose fontane e scorci di montagne e mare che s’intravedono sull’orizzonte di quella strada o quell’altra, presto l’altezza dei palazzi degrada progressivamente e qua e là, incastonati tra i grattacieli, potete notare costruzioni tipicamente britanniche in stile vittoriano, che vi ricordano quanto Vancouver sia profondamente inglese, sebbene diluita negli anni da ondate di modernità e progresso.
Il vetro domina l’architettura della città, tanto per esigenza metereologica quanto per scelta stilistica e ciò si sposa perfettamente con la natura che s’insinua tra i viali di Vancouver come un’antica compagna di vita che i canadesi non sembrano aver mai voluto abbandonare veramente, ma condividere, proteggere e rispettare.
Non a caso entro il 2040 Vancouver pare abbia intenzione di vietare le auto a benzina, definitivamente.
Su i marciapiedi del centro città sfilano facce di ogni provenienza, sebbene la netta prevalenza statistica del popolo asiatico fa oramai da padrona, minoranze europee e sud americane non sono così rare come qualcuno potrebbe pensare, i “veri canadesi” non sono altro che famiglie immigrate oramai da più di dieci o venti anni e residenti in Canada ( io ho alloggiato presso una famiglia croata, altri studenti presso famiglie indiane, coreane e cinesi , ma tutti si definivano “Canadians” , chi più e chi meno.
Un po’ di storia: Vancouver , così come il Canada stesso, ha accolto ondate migratorie che si sono susseguite nel tempo, tanto che le comunità coreane, cinesi e giapponesi sono una realtà solida in questa città, a tal punto che sedendo vicino a queste persone sugli autobus potrete notarle scrivere messaggi nel proprio idioma caratteristico e l’inglese è la seconda lingua parlata da 2/3 della popolazione.
Procedendo dal Downtown verso le periferie, gli spazi residenziali si intensificano, i grattacieli lasciano il posto a palazzi di al massimo una decina di piani, ma perlopiù sono eccezioni alle piccole abitazioni a schiera caratteristiche delle popolazioni britanniche (americane o inglesi) , lunghi viali alberati dove i ciliegi e le loro fioriture primaverili decorano parchi, campi da tennis, basket e giardini privati.
Mentre Vancouver si distende verso il mare e l’entroterra , fino anche a quaranta minuti ( tempo impiegato da me per uscire di casa e raggiungere il Downtown ) di mezzi pubblici – ma ancora perfettamente funzionanti e regolari, nonché intensi – le aree urbane si differenziano maggiormente, la multiculturalità emerge ancor più forte, venendo a galla con vere e proprie zone dove questa o quell’etnia prevalgono tanto sui negozi, quanto sulle insegne ed il cibo, tuttavia per quanto possa essere marcato questo confine, mai diviene netto a tal punto da sentirsi catapultati fuori da Vancouver, bensì immersi in un luogo dove nessuno è di casa ,ma tutti si conoscono.

Cosa fare a Vancouver:

Se proprio non volete andare a scuola d’inglese per almeno mezza giornata come me, allora potete sbizzarrirvi a seconda delle esigenze – e del meteo soprattutto.
Le giornate di pioggia sono la quotidianità, nel periodo invernale, ma per questo Vancouver non manca di imponenti zone commerciali , dal Commercial Broadway , che, come la parola suggerisce è una vera e propria strada, lunga almeno quanto gli Champs Elysèes e larga altrettanto, che vanta negozi, pub e supermercati, ma ovviamente non altrettanto elitari quanto quelli della controparte francese.
Per trovare uno shopping più altolocato e costoso bisogna spingersi fino al Downton , dove il Pacific Centre accoglie ondate di consumatori ogni giorno, potendo ospitare decine e decine di negozi in un paio di grattacieli collegati tra loro tanto nell’underground quanto su ponti di vetro sospesi e riparati ed è solo uno degli esempi di quanto Vancouver sia consapevole delle esigenze invernali della propria popolazione, a cui sopperisce anche ponendo una fermata metropolitana (skytrain) in ogni centro commerciale o quasi.
Se lo shopping vi annoia, sappiate che Vancouver ha una storia di birrerie ( brewing) molto antica e ne vanta diverse, tra cui la più famosa è su Granville Island, il nome potrebbe spaventarvi, ma in realtà solo quindici minuti di tram dal centro città vi separano da quella che sembra un’isola sul fianco della città.
La tradizione inglese dei pub, quindi, non è venuta meno a Vancouver ed ha resistito, solida, forse anche per merito di questo clima volubile.
Il calore, la musica dal vivo e gli eventi mondani non mancano nei vari locali che offrono una panca di legno e una pinta di birra, ma anche club esclusivi per palati più raffinati ed esigenti, magari sul rooftop dell’ennesimo palazzo in vetro.
Per chi invece volesse stimolare la mente in modo diverso, Vancouver ospita il World of Science , ovvero un polo fieristico con continue mostre su vari temi scientifici oppure potrete visitare il Vancouver Aquarium, incastonato nel bel mezzo di un parco ed esibito come un vanto dalla città di Vancouver, soprattutto a testimonianza delle sue azioni ed intenzioni tese alla salvaguardia dell’ecosistema con cui condividono la nazione.
Premesso che gli abitati di Vancouver non sembrano scoraggiati dalla pioggia tanto quanto noi, è nelle giornate più soleggiate che lo spirito canadese emerge con prepotenza e colonizza spiagge, parchi, montagne e centri sportivi all’aperto.
I Canadesi si riappropriano di quello spirito così intimamente legato alla fauna e la flora che li circonda, riversandosi nelle foreste circostanti nel nord di Vancouver , a circa trenta minuti di tram, perfettamente collegati con il centro, noleggiando una bici per pochi dollari ed esplorando il secondo parco cittadino più grande del Nord America , Stanley Park , riempiendo le spiagge di Kitsilano, Sunset Beach e Second Beach che offrono uno sguardo sull’oceano e sulle montagne, ma anche aree ristoro, aree verdi adiacenti e campi da basket, beach volley e tennis.

Per i nature-friendly come me:

Approfittate del sole – o dell’assenza di pioggia – per intrufolarvi a Stanley Park ogni volta che potete, prendete una bici e districatevi tra torreggianti conifere e latifoglie, seguendo poi la pista ciclabile che circonda il parco e costeggia il mare, ponendovi nel mezzo di quel contrasto che Vancouver rappresenta, ovvero neve e mare a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro, ma attenti agli scoiattoli e alla ricca fauna del parco, lasciata completamente libera e oramai abituata all’essere umano, tanto da entrarvi in contatto.
Quindi , in un altro giorno qualunque, ma possibilmente non nel week-end, dirigetevi a nord, verso uno dei ponti sospesi più lunghi del Nord America, il Capilano Suspension Bridge, che vi lascerà penzolare a decine di metri d’altezza sopra un torrente che taglia in il North Vancouver e vi offrirà quel contatto con l’anima autoctona della East Coast , portandovi al cospetto di una natura dominante , dove l’uomo si è inserito in punta di piedi e vi ha legato tanto il proprio passato quanto il proprio futuro, l’esempio calzate lo troverete subito dopo il ponte sospeso, in una serie di pontili che si dipanano da un albero all’altro, ma senza intaccarne minimamente l’integrità e la prospettiva di vita, a me, personalmente, ha ricordato il villaggio degli Ewoks di Star Wars ep. VI e chi non lo conosce, può dargli un’occhiata per capire ciò che lo attende.
Se non siete stanchi delle scarpe da trekking dopo tutto ciò, allora ricordatevi Deep Cove, una baia poco distante da Vancouver, dove l’Oceano Pacifico s’insinua timidamente e disegna fiordi lungo le pendici di montagne sempreverdi puntellate dalla neve , inerpicatevi lungo una serie infinita di gradini in legno sapientemente e rispettosamente incastonati nella foresta per raggiungere un enorme roccia a decine di metri d’altezza sulla baia, che vi offrirà un panorama mozzafiato fin oltre Vancouver e un riposo, dopo la scalata, che non rimpiangerete affatto.
Se, infine, davvero non ne avete più per i vostri quadricipiti, godetevi uno dei tramonti sulla celebre spiaggia di Sunset Beach, dove un gong segna l’ultima raggio di sole della giornata, filtrato attraverso un totem di pietra che ricorda molto il sito archeologico di Stonehenge.
Molti altri sono i parchi di Vancouver e molti sono i sentieri degni di una nota, ma nemmeno in trenta giorni sono riuscito a percorrerli tutti, se riuscite a fare di meglio, non avete da perderci nulla.

Il viaggio nel viaggio, il vero Canada: da Vancouver a Banff
Accade poi, che il Canada si visiti soprattutto per una cosa: i parchi nazionali e le Montagne Rocciose, i suoi laghi ghiacciati – o cristallini – e la neve che domina l’Alberta.
E’ così che quattro di questi trenta giorni, sono stati per me il viaggio più bello in assoluto, da Vancouver a Banff e ritorno, passando per il Banff National Park, il Lake Louise – ghiacciato a metà Aprile – e la catena delle Rocky Mountains.
Io l’ho affrontata in pullman, impiegando 11 ore di viaggio tra Vancouver e Banff, ma se avete modo o possibilità di noleggiare un auto, sembra altamente consigliato, soprattutto se siete in tre o quattro.
Lasciata alle spalle la città , a seconda delle strade che farete, potrete infilarvi subito tra le montagne, che se inizialmente appariranno verdi e coperte da una nuvola di pioggia, pian piano bucheranno quella nuvola, per altezza e imponenza, colorandosi di bianco neve e iniziando ad ingoiarvi , moltiplicandosi a vista d’occhio man mano che vi dirigete verso ovest, sino a sentirvi poco più di una formica che guida tra i piedi dei giganti coperti e vestiti da strati di ghiaccio e neve.
Noi abbiamo raggiunto Hope, cittadina che sembra uscita dal film di Twilight , ve lo dico perché pare ne abbiano girato alcune scene proprio lì:  una strada, alcuni totem nel parco, appena uno scuolabus giallo, sì come quelli dei Simpson, due o tre negozi aperti e altrettanti locali dove gustare muffin o bacon a seconda dei gusti, il fattore comune: umidità, pioggerellina e la nebbia che avvolge le montagne circostanti, piene di foreste e che sembrano spingere tutte assieme verso l’insediamento urbano, quasi volessero proteggerlo dal mondo che sembra scomparire poco oltre.
Rimessi in viaggio potrete fermarvi a Kamloops, dove padroni di casa sono gli abitanti autoctoni della First Nation, un paio di laghi enormi, montagne via via più alte e innevate e ancora pioggia, anche se non molta.
Questo posto vale la pena visitarlo per la presenza di questi abitanti, i “primi” abitanti del Canada, in sostanza, indigeni del luogo e fortemente radicati al loro passato, fatto di caccia, pesca, canoe intagliate nel legno e totem di alci, orsi, aquile ; qui a Kamloops scoprirete che c’è ancora qualche “indiano” in America e ci tiene davvero molto al suo retaggio.
Il passo successivo è l’ingresso in Alberta, dove sarete un’ora più vicini al fuso di Roma , otto ore e non più nove ed entrerete nel Glacier National Park, uno dei primi che incontrate, venendo da Vancouver.
Oramai qui le montagne sfiorano il cielo e l’essere umano può capire come paragonato alla natura selvaggia di quel posto è poco più di un ospite inatteso – giusto per fare un esempio: mentre state guidando, giusto guardando di lato alla strada, potrete notare qua e là alci che pascolano e orsi che si risvegliano dal letargo, brucando e vagando alla stregua di pedoni annoiati.
Raggiungiamo uno dei pochi laghi famigerati che possiamo visitare – poiché molte strade sono chiuse per la neve e la Trans-Canada Highway è limitata in questo periodo dell’anno – Lake Louise.
Quando il pullman si ferma nel parcheggio e finalmente si scende sul terreno innevato ciò che colpisce è il silenzio, superato qualche albero si spalanca la distesa di uno dei più famosi laghi del Canada, davanti a voi, completamente ghiacciato, circondato da montagne che restringono il cielo in una piccola porzione e la distanza di trenta minuti a piedi per arrivare da un capo all’altro del lago, ammesso che vogliate farlo.
Sono un amante della fotografia, quindi capirete come per me non è stata difficile la scelta: nel bel mezzo del lago vi voltate a destra e sinistra e udite a malapena qualche vociare , le persone minuscole in lontananza , lo scricchiolio della neve sotto gli scarponi e qualche fiocco che cade, alzate gli occhi e dovete alzare il naso al cielo per arrivare con gli occhi sulla cima delle montagne circostanti, soprattutto una.
E’ qualcosa che sfida gli screensaver dei computer e anche la vostra tenuta emotiva, perché se avete sempre sognato di essere lì, nonostante i dieci, quindici centimetri di ghiaccio sotto le vostre scarpe, vi tremeranno le gambe. Garantito.
Potete lasciare il Lake Louise , come abbiamo fatto noi, ma per non rimanere con l’amaro in bocca dovete andare avanti, verso l’ultima tappa: Banff.
Banff è il Canada più puro come lo si immagina e conosce, è una cittadina stretta tra le Montagne Rocciose, immersa tra i loro parchi nazionali più famosi, costruita in pietra e legno, nascosta dietro un picco che ne oscura l’orizzonte su uno dei quattro lati ed i restanti tre offrono vedute solamente su montagne , neve e foreste, ancora e ancora.
Banff è ai piedi di alcuni tra i picchi più alti, fino a 2800mt di altezza e non sfugge agli appassionati di sci, snowboard, trekking, kayak e ogni sorta di sport all’aria aperta, sebbene le temperature sia nettamente più rigide rispetto a Vancouver e non manchino negozi, pub e locali di qualità, aperti per tutti i portafogli – o quasi. E’ una città difficilmente vivibile, ma sicuramente incantevole, conscia di essere una delle attrazioni turistiche più famose del mondo e meta d’innumerevoli viaggi, quindi comprensibile il costo della vita e la qualità dell’offerta.
Legno , fuoco e neve costituiscono il cuore di Banff e ne edificano tanto l’architettura quanto la quotidianità, che si snoda tra l’outdoor, con impianti di risalita, tanto sciistica quanto turistica, che collegano Banff alle cime circostanti e l’indoor, dove quest’ultimo trova luogo specialmente in cibo e shopping, senza disdegnare la vita notturna.

Tirando le somme

Le distanze del Canada sono ampie, quindi non considerate soggiorni inferiori ai quindici giorni, se volete davvero apprezzarne la qualità.
Non riuscirete a vivere totalmente ogni cosa, quindi scegliete con cura e non preoccupatevi, tanto dovrete comunque tornarci, a meno che non riuscite a rimanere per un anno e godervi tanto l’Inverno quanto l’Estate canadese.
I canadesi sono accoglienti come si vocifera, ma non tutti, poiché non troverete facilmente un altro Paese tanto multiculturale quanto il Canada.
Per chi ama la fotografia, essenziale può essere tanto un teleobiettivo quanto un grandangolare, ma non lasciate a casa filtri polarizzatori per nessun motivo.

Matera: da vergogna d’Italia a patrimonio dell’Unesco

Matera: da vergogna d’Italia a patrimonio dell’Unesco. Articolo a cura di Sara Venturiero.

Una storia di rinascita e riscatto italiano!

Matera, seconda città più grande della Basilicata, è ben nota per il suo caratteristico centro storico scavato nella roccia, inserito nell’elenco del Patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO nel 1993.

I celebri Sassi di Matera sono tornati in auge grazie alla recente candidatura (2014) come Capitale Europea della Cultura 2019, titolo combattuto all’ultimo voto con Lecce, il capoluogo salentino. Parlando di Matera non si può evitare di annoverarla fra i centri del Meridione che nei secoli hanno avuto una vera e propria rinascita, quasi una rivincita verso chi nel tempo l’ha tanto bistrattata.  

Screditati a livello nazionale, considerati la “Vergogna d’Italia” da Togliatti e paragonati ai gironi infernali di Dante da Carlo Levi, Matera non ha passato certamente decenni sereni. Questo fino al 1992, quando un architetto locale decise di candidare i Sassi all’UNESCO, sottolineando l’unicità di questo contesto urbano-naturalistico e la sua storia millenaria.

Difatti, quello dei Sassi è definito come un “paesaggio culturale”, ovvero l’intero territorio rappresenta la storia e la cultura della città,  il quale è stato modellato dagli abitanti in base alle necessità quotidiane e ripercorre un range temporale molto ampio. Non a caso, Matera è il primo esempio al mondo di tipologia insediativa che ha visto un uso continuativo dall’età del bronzo sino all’età contemporanea, tanto da meritare per primo l’inserimento nel Patrimonio dell’UNESCO in tutto il Sud Italia.

Sassi sono l’esempio di come l’uomo abbia saputo sfruttare al meglio le risorse del proprio territorio, pur essendo apparentemente così ostile. La sua particolare conformazione ha permesso di utilizzare le pareti rocciose delle gravine sia per ricavarne le tipiche case-grotte sia come cave per l’ottenimento dei materiali necessari, utilizzati per la costruzione di altre strutture.  In un ambiente tanto caratteristico quanto inusuale, gli abitanti hanno saputo creare uno scambio propizio tra la loro antropizzazione, già di per sé distruttiva, e la Natura, sia adattandosi ai luoghi sia adattando lo stesso territorio alle proprie esigenze.

Non a caso questo ecosistema è la rappresentazione di una cultura che, sin dalle origini, ha instaurato un forte e indissolubile legame tra gli abitanti e la natura circostante. Al tempo stesso ha mantenuto un aspetto pressoché ancora naturale, privo di particolari eccessi che avrebbero potuto sconvolgere l’autenticità del territorio, tanto capace di affascinare migliaia di visitatori ogni anno.

Complessivamente, il territorio di Matera è tanto vasto quanto variegato, difatti comprende i primissimi insediamenti abitativi di epoca paleo-neolitica fino alle grotte nelle quali risiedevano i materani fino agli anni ’50.

L’intera area è composta dal Sasso Barisano, a nord-ovest ( in direzione di Bari, in Puglia), il Sasso Caveoso, posto a sud verso Montescaglioso ed al centro la Cìvita, ossia la parte che ospita la Cattedrale ed i palazzi nobiliari, nonché diverse abitazioni, che idealmente fanno da spartiacque tra le due alture. Geograficamente i cosiddetti “Sassi” sono picchi dell’Altopiano della Murgia, ovvero un’area dall’altezza massima di 700 m.s.l.m. che parte dalla Puglia e copre buona parte della Basilicata.

La disposizione di queste case-grotta segue l’andamento della gravina, così da andare a creare diversi livelli, dove, in effetti, il pavimento dell’abitazione superiore corrisponde al tetto di quella inferiore e viceversa. Ogni mini-agglomerato era ed è reso accessibile da stradine, anche a ridosso della rupe, da rampe, da piccole gallerie, intervallate da gradoni e scalinate, i quali raccordavano i differenti livelli ed i versanti abitati.

Il modello abitativo materano è molto simile ad altri centri storici del Meridione, cioè quello del “vicinato”, ossia un gruppo di abitazioni che si affacciano su uno spazio antistante comune, con al centro un pozzo. Questo, oltre alla funzione primaria di raccolta delle acque, fungeva anche da punto d’incontro per gli abitanti, i quali in questo modo socializzavano con i vicini, collaboravano tra loro, avviavano scambi ed azioni solidaristiche.

Trattandosi di vera e propria cittadina non mancano i luoghi di culto, anch’essi ricavati nella roccia, i quali riprendono i soggetti tipici della civiltà rupestre già presenti in altre località del Meridione, come nelle vicine Puglia e Calabria. Anche in questi casi le profondità delle lame nascondono alla vista la bellezza di ciò che si cela al loro interno, ovvero cicli di pitture rappresentanti figure di Santi di origine bizantina ed alcune scene della vita di Cristo. Per le chiese sub-divo, ovvero in superficie, come le intendiamo noi oggi, bisogna risalire all’epoca dei  Normanni. In questo periodo essi fortificarono l’area abitativa con una cinta muraria in mattoni, costruirono diversi palazzi nobiliari, oltre a strutture amministrative ed edifici religiosi, come appunto la Cattedrale romanica del 1270 e le altre successive. Anni dopo, fuori dall’area della Cìvita vengono edificati il Municipio e la Piazza del Sedile, dove avvenivano gli scambi commerciali ed agricoli, mentre poco distante vi erano le botteghe artigiane.

Nell’immediato dopoguerra, l’allora Capo di Governo Alcide de Gasperi, in visita nel Sud Italia, venne a conoscenza della vita di questa povera gente e con la Legge Risanamento del 1950, avviò la costruzione di nuovi quartieri, atti ad ospitare tutte le famiglie che versavano in condizioni disagiate.

Pur con la prospettiva di una vita migliore, molti degli abitanti, soprattutto gli anziani e gli adulti, avvertirono quel senso di spaesamento dato dall’essere stati sradicati da quel contesto così familiare, che nei secoli li aveva tanto legati a quei luoghi ed alla gente del vicinato. Questo modo di vivere aveva caratterizzato i materani da secoli, persino millenni, pertanto inizialmente tale soluzione venne avvertita come una violenza, una crudeltà causata dai poteri forti, che certo avrebbero distrutto le tradizioni e la storia di quel popolo.

Gli anni passavano, le giovani generazioni crescevano, gli adulti invecchiavano e tutti pian piano si abituarono alla “nuova” vita, ma il loro cuore era sempre in quelle grotte, le quali venivano ricordate con un misto di nostalgia e senso di vergogna. La vita vissuta in questo tipo di agglomerato ha attraversato la storia e caratterizzato il territorio materano e quello di altre aree del Sud Italia, ma d’un tratto assunse una diversa connotazione: da ricordo lontano, passò ad essere considerato un passato da dimenticare o addirittura da cancellare. Difatti, dopo la “scoperta” da parte dell’intera Nazione delle condizioni di vita dei materani e la presa di coscienza degli stessi abitanti, i Sassi vennero considerati come la parte peggiore della vita dei locali.

 

In effetti, già lo scrittore  Carlo Levi descrisse la realtà lucana degli anni ’40, raccontando in un romanzo ciò che ebbe modo di vedere nel paesino di Aliano (dove venne confinato), nella città di Matera e per estensione nei borghi del circondario. Si tratta del celebre saggio “Cristo si è fermato ad Eboli”, nel quale sottolineò come Cristo, inteso come civiltà, si fosse fermato ben prima della Basilicata, dove viveva una società lontana da quella di molte regioni del resto d’Italia, con una cultura tutta propria. Eboli, infatti, è in provincia di Salerno, in Campania.

Fortunatamente, alla fine del secolo precedente, la fiamma della speranza si è riaccesa sui Sassi, illuminando quello che di buono e di bello aveva da offrire una città così antica come Matera. Così le parole del Levi cambiarono radicalmente, passando da un’accezione negativa ad una positiva, dove le “brutture” diventano autenticità, l’arretratezza di un popolo diventa dimostrazione di qualcosa di arcaico, di profondo, di radicato nell’animo fiero di ogni abitante. Tutto assume una diversa colorazione: passa dai toni cupi del nero ai toni accesi dei pomodori stesi al sole ad essiccare, in contrasto con il candore delle pareti delle case imbiancate; dall’azzurro intenso del cielo fino alle diverse sfumature di verde della vegetazione che ricopre le gravine. Il tutto illuminato da un sole caldo, accecante, che da millenni picchia sulle case-grotta e che, ancora oggi, scandisce le giornate ed i cicli di vita di ogni essere vivente. I suoni sono certamente cambiati rispetto a quell’epoca, dove il vociare dei turisti ed il rumore delle automobili hanno preso il posto delle risate dei bambini, dei discorsi fra donne, dei dibattiti tra contadini, del ragliare degli asini usati come mezzo di trasporto e del fruscio del torrente sottostante.   

Nonostante questi notevoli cambiamenti, addentrarsi tra i vicoletti di Matera significa ripercorrere non solo la storia di questa città, ma anche la storia del Sud Italia in genere, tanto da restare attoniti davanti ad ogni belvedere. Il panorama della città riporta alla mente i primi insediamenti del Nord Africa: un insieme di casette scavate nella roccia, una sovrapposta all’altra, a picco su precipizi e da millenni bruciate dal sole. Non a caso, sono diversi i film ambientati in questo contesto così particolare. Una visione a tratti confusionaria, ma affascinante nel suo genere, come potrebbe apparire un presepe di dimensioni reali, ancor più incantevole se ammirato all’imbrunire con mille lucette che fanno capolino da porte e finestre.

Potete leggere altri articoli scritti da Sara sul suo blog,

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il mio viaggio di 20 giorni in Asia, tra la Thailandia e la Cambogia.

In questi giorni ho ricevuto tantissime storie. Tra quelle che più mi hanno colpite, c’è questa di Sara Rinaldis e della sua esperienza in Asia tra la Thailandia e la Cambogia!

Sul suo profilo Instagram trovate foto pazzesche di quei luoghi. Vi lascio al suo racconto.

VI racconterò del mio ultimo viaggio: il mio viaggio di 20 giorni in Asia, tra la Thailandia e la Cambogia.

Eviterò di tediarvi in maniera approfondita con l’itinerario, che con un po’ di impegno o di fantasia potete trovare da qualsiasi altra parte, da quei tanti che mi hanno preceduto, specie su queste mete così tanto battute e amate. Piuttosto parlerò di quello che questi posti riescono a trasmettere senza volerlo. Senza scegliere. E senza chiedere nulla in cambio.

2 nazioni , 6 città, 10 aerei.

Un Alba e tanti tramonti. 

Un viaggio incredibile.

Fortissimo. Emozionante. Indimenticabile.

L’Asia per me è magica. Scriverei un libro su di lei. Uno di quei libri che non sai con che parole iniziare e quali siano quelle giuste per finire.

L’Asia è bella che non ha bisogno di truccarsi: come una bella donna che la mattina non ha voglia di passare tanto tempo davanti allo specchio. Una bellezza acqua e sapone, che non si sforza di apparire come non è, che è così bella nella sua imperfezione.

E lo capisci quando sei arrivato in Asia: lo capisci da quel miscuglio di odori, di caldo, di umidità, di sorrisi e street food; lo capisci dal tassista che raramente parlerà inglese ma che grazie a Google Maps è disposto a portarti in capo al mondo; lo capisci dal caldo opprimente che l’italiano medio non riuscirebbe a sopportare in madrepatria ma che qui diventa tollerabile, lo capisci dalle bancarelle di street food in ogni angolo e lo capisci perchè ti senti a casa in un posto lontanissimo dall’Italia e in cui il modo di vivere delle persone è totalmente diverso da noi. 

L’Asia è rigenerante. E’ potente. Ed è insostituibile nei ricordi di ogni viaggiatore.

Prima tappa: Bangkok.

Una piccola sensazione interna, uno stato d’animo, i sapori, il caldo e l’umidità che si mescolano: sei arrivato a Bangkok.

Bangkok: la città degli angeli. Che ami o che odi. E che io personalmente amo follemente.

Io a Bangkok ho dedicato 5 giorni (escursioni comprese) e rifarei questa scelta , perché è una città che per essere apprezzata va capita e soprattuto va vissuta. 

La città degli estremi, dove dietro l’hotel di lusso si alternano agli antichi templi, dove accanto allo Street food che vende pad thai a 50 bath c’è un vertiginoso Sky bar con dress code e prezzi proibitivi, dove tutto è contraddittorio, dove niente ha senso ma nulla è fuori posto.

Ho amato come mi sono sentita in questa città, ho amato i fili dell’elettricità, che nessuno sostituisce quando smettono di funzionare e per questo motivo si accumulano e diventano un groviglio indefinito e pittoresco, sospeso per aria, senza capo né capo né coda, ho amato la spiritualità che si respira nei templi, che si respira ovunque e che tira fuori quel buddhista che è in ognuno di noi; ho amato i tramonti, che neanche lo smog riesce ad offuscare, ho amato il cibo thailandese, per ogni palato e per tutti i gusti, anche i più difficili, ho amato che ci sia asempre qualcosa da fare e che ti manchi sempre qualcosa da vedere che ti costringerà a tornare per completare il puzzle, ho amato le mille sfumature di questa città e il suo essere diversa da tutte le altre.

Seconda tappa: Chiang Mai.

Chiang Mai è il farmaco collaterale di cui molto necessitano dopo aver visitato Bangkok. È ciò che serve per staccare la spina e respirare l’animo thailandese più autentico, in tutta la sua genuinità, a contatto con la natura. Perché a Chiang Mai è tutto molto “into The Wild”. Basta mezz’ora di red taxiper esplorare un tempio nella giungla, un’ora per andare a conoscere gli elefanti nelle riserve protette, lontano dallo sfruttamento dei circhi e dei trekking turistici che minano il benessere di questi animali, dove possono sentirsi liberi e in un ambiente naturale, in cui i visitatori possono dargli da mangiare e fare il bagno con loro nel fiume, senza però nuocere alla loro salute fisica e psicologica.

A Chiang mai si fa tanto shopping tra i vari market o perdendosi tra i negozietti della Old Town. Il mercato più famoso è il night market, ma se siete così fortunati da capitarci nel weekend imperdibili sono il Saturday Night Market e il Sunday Market.

A Chiang mai si fa il pieno di spiritualità: si contano oltre 300 templi e in ogni angolo è possibile scovarne qualcuno, entrare e, se siete fortunati, incontrare i monaci e conversare con loro.

Insomma, io a Chiang Mai ho trascorso 4 giorni, ma se ne possono trascorrere molti di più senza annoiarsi e per rimettersi in pace con il mondo.

Terza tappa: Siem Reap e Angkor Wat.

Siem Reap non è solo la base di cui servirsi per visitare i templi di Angkor. Siem Reap è molto altro. 

Siem Reap sono i villaggi galleggianti. Uno spaccato di realtà cambogiana, una istantanea che immortala chi vive in queste case a pochi metri dall’acqua: persone che fanno del loro meglio per vivere con i mezzi che hanno a disposizione.

Siem Reap è la vivace Pub Street, dove la nightlife è attiva, animata e giovane, dove ci si può sbizzarrire tra night market, pub, ristoranti e spa.

Siem Reap è la Cambogia senza filtri, che il turismo non ha cambiato. Che incarna perfettamente ciò che ognuno di noi immagina quando pensa a uno scenario cambogiano. Ed è in Cambogia che io ho conosciuto la migliore popolazione che potessi conoscere. Soltanto le persone cambogiane sono un valido motivo per visitare la Cambogia: l’ospitalità, la gentilezza, la disponibilità e i loro sorrisi verranno sempre ricordati e non hanno eguali.

E poi si ci sono loro: i templi di Angkor. Il più grande sito religioso del mondo, una delle mete più ambite di tutto il pianeta. E non esistono parole.

E’ difficile spiegare Angkor a chi non l’ha provato. Potrà sembrare una frase banale che però non può essere più adatta. E’ stato indimenticabile camminare tra queste costruzioni che sembrano uscite dalla pellicola di un film ed invece sono li, reali ed espressione della massima capacità artistica dell’uomo.

Io ho dedicato ad Angkor due giorni, che mi hanno permesso di visitare sia i templi del Piccolo Circuito che quelli del Grande Circuito.

Due giorni tra i templi di Angkor Wat sono sufficienti per tatuarteli nel cuore, perché ti entrino nelle ossa e nei migliori ricordi, perché non si riescano a raccontare; ma due giorni non sono sufficienti a esplorare l’immenso complesso come realmente meriterebbe.

Il complesso di Angkor era per me un mito, che per troppo tempo ho solo immaginato. Ma vi posso assicurare per quanto ognuno di noi prima di visitarlo si sia creato delle aspettative, per quanto se lo sia immaginato, o quanto lo abbia aspettato, sarà comunque al di sopra di ogni aspettativa. E pur non avendo girato il mondo (non ancora hehe) non so quanti posti possano competere con tale maestosità e splendore.

Io credo che ogni persona dovrebbe vedere i templi di Angkor almeno una volta nella vita.

La sfida per me, d’ora in poi, sarà vedere qualcosa che sia più bello ed emozionante.

Quarta e quinta tappa: Koh Rong Sanloem e Otres Beach 2 (Sihanoukville).

Le ultime tappe coincidono con un po’ di relax e tanto mare. Necessario anche per il backpacker più scatenato di tutti. Dopo due settimane di intenso girovagare è ciò che il buon viaggiatore si merita.

E cosa c’è di meglio di Koh Rong Samloem (KRS), la sorella minore della vicina Koh Rong, che ho preferito in quanto prometteva meno turismo e mare cristallino.

In effetti Koh Rong Sanloem incarna perfettamente l’ideale di isola incontaminata e paradisiaca che esiste nell’immaginario di ognuno di noi e che non ha nulla a da invidiare alle affollate spiagge thailandesi, a cui rappresenta una valida alternativa.

KRS è un’isola semi deserta, le uniche persone sull’isola sono i turisti delle strutture (poche) presenti sull’isola, ed è un piccolo gioiello a mezz’ora di traghetto dal porto di Sihanoukville.

A KRS la sabbia è bianca, le scarpe si lasciano in camera da inizio a fine soggiorno, si cammina scalzi, a piedi nudi sulla sabbia, si dorme in un bungalow a due passi dall’acqua, che basta lasciare la porta aperta per addormentarsi cullati dal suono delle onde del mara, ci sono le altalene in riva al mare per dondolarsi davanti a un bel tramonto sorseggiando un gustoso “fresh coconut”, si può fare snorkeling e di notte è possibile vedere il plancton in una barchetta in mezzo al mare, illuminati soltanto dalla luce della luna: scuotendo dolcemente l’acqua con la mano si accenderanno tante lucine sotto di voi in mezzo al mare, i plancton, e vi assicuro che niente potrà mai cancellare questo spettacolo incredibile dalla vostra mente. 

E’ un’isola dove dietro la prima fila di bungalow e strutture affacciate sul mare esiste solo giungla: fitta vegetazione e nient’altro. Persino i mini market si trovano sulla spiaggia, a pochi passi dal mare.

Ovviamente deserto e incontaminato portano con sé i i limiti che un’isola deserta ha, ma in questo caso, il viaggiatore non backpacker, potrà optare per il resort dotato di tutti i comfort occidentali (l’unico dell’isola), senza però rinunciare all’atmosfera selvaggia e paradisiaca dell’isola.

Una volta tornata sulla terraferma sono pronta, ahimè, per l’ultima tappa: Otres beach. 

Otres Beach è considerata la spiaggia più bella di Sihanoukville, che pur essendo lo località balnerare più famosa della Cambogia non è famosa per le sue spiagge, ad eccezione appunto di questa zona. 

Otres è divisa in due settori: Otres 1, il primo tratto di spiaggia che si incontra arrivando da Sihanoukville e più affollato e Otres 2, una distesa di sabbia bianca con palme, che potrebbe fare degnamente concorrenza alle famose spiagge thailandesi, con resort di lusso direttamente sulla spiaggia a prezzi più altri rispetto agli standard cambogiani ma comunque più bassi rispetto a quelli italiani. Io ho trascorso qui due giorni da favola, all’interno del Tamu Hotel, che desidero menzionare, essendo una delle strutture più belle in cui io sia mai stata, nella mia camera con bagno in stile balinese (esterno) che ho adorato. 

Per arrivare al Tamu bisogna attraversare Sihanoukville e passare in strade non asfaltate, cantieri aperti, che ostacolano il pensiero che ci si stia dirigendo verso un’oasi di pace. In realtà una volta varcata la soglia dell’hotel, lo spettacolo è garantito. Anche qui dimenticatevi le scarpe e preparatevi a rilassarvi per tutta la durata del soggiorno, a bordo della meravigliosa piscina, in spiaggia su comodi lettini circondati da palme caraibiche, pranzando o cenando con i piedi immersi nella sabbia e con adorabili donne cambogiane pronte a deliziarvi in ogni momento con un massaggio vista mare.

Otres 2 è famosa per i suoi tramonti e in effetti posso confermarvi che non si rimane delusi: ogni sera il cielo si è tinto di fantastici colori di tutte le sfumature del rosa e del violetto che hanno regalato tramonti poetici ed indimenticabili.

Il mio viaggio è qui terminato, con il volo di ritorno da Bangkok a Pisa. E’ finito troppo presto, non abbastanza da essere sazia. Con ancora tanta voglia di vedere, esplorare, assaporare. E con tanta voglia di tornare.

Un accenno, infine, va agli alloggi di questo viaggio. Ho scelto sia alloggi modesti che altri decisamente più belli, ma comunque a tariffe notevolemente più economiche rispetto a quanto ogni persona pagherebbe con questi standard in Italia e nel resto di Europa. Perchè si sa, l’Asia è decisamente cheap.

Queste sono le strutture in cui ho soggiornato, che ritengo utile consigliarvi per estetica, pulizia, posizione e/o rapporto qualità/prezzo.

Bangkok: Anantara Sathorn Bangkok Hotel e Lebua at state Tower.

Chiang Mai: I Lanna House

Siem Reap: La Residence Blanc D’Angkor

Koh Rong Sanloem: The One Resort

Otres Beach 2: Tamu Hotel.

Chissà quanto tempo dovrà passare prima che un altro viaggio mi regali così tanto.

Mi impegnerò a far si che non ne passi troppo. Nel frattempo mi godo la ricchezza che questa esperienza mi ha donato: una ricchezza che non si può comprare , ma che ti sentì appiccicata addosso al ritorno da avventure come queste. E io, quando sono rientrata in Italia, mi sono sentita milionaria. 

Dicono che “la vita è un viaggio, e chi viaggia vive due volte”. E una seconda vita nessun milione al mondo potrà mai regalartela: soltanto uno zaino, una valigia e tanta voglia di viaggiare.

Io in Asia ho lasciato un pezzo del mio cuore. E andrò a riprendermelo la prossima volta che ci tornerò.

Perchè in Asia ci sarà sempre una prossima volta.

Cuba: Itinerario, racconto e video!

Cuba è sicuramente uno di quei luoghi al mondo che più ti rimane nel cuore! Quando ho letto la storia di Chiara C. non vedevo l’ora di pubblicarla sul sito e di farla leggere ad ognuno di voi, perché merita davvero tanto! Oltre al racconto, trovate un itinerario delle sue tappe da cui potrete prendere spunto (o emulare) per il vostro viaggio a Cuba! Allego anche un suo bellissimo video e qualche scatto preso dal suo profilo Instagram. Buona lettura!

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💙No bailo si no bailas conmigo❤️ #getcurious

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Prima regola essenziale per affrontare un viaggio a Cuba: “imparare a fidarsi delle persone”. Questo è tutto quello che dovrete inserire nel vostro “zaino in spalla”, insieme ad altre piccole cose che capirete di dover portare in abbondanza la seconda volta che ci tornerete, perché sì, ci tornerete più di una volta. Assodato per bene questo consiglio, possiamo passare alle cose pratiche. Dall’Italia è possibile prenotare tutto quel che vi occorre, ma se siete soliti vivere il vostro viaggio a seconda di come “tiri il vento”, consiglierei di prenotare una macchina (se siete almeno 4/5 da poterla riempire e guidare, altrimenti lì sarà pieno di autisti pronti ad offrirvi le proprie gesta al volante) e un albergo se volete godervi qualche giorno in una delle più belle spiagge del mondo (soprattutto se viaggerete in alta stagione) e semplicemente perché “sul posto e al momento” ve lo fanno pagare molto di più. Parlo di albergo nelle zone di mare perché sono meno sviluppate le famose case “particular”, ma comunque alcune ne esistono. Per il resto delle tappe, più che consigliarvi, vi ordinerei di andare a soggiornare in queste splendide case che i locali mettono a disposizione per i turisti. Vi accorgerete che ne esisteranno davvero tantissime lungo il vostro cammino, tutte contrassegnate da un’ancora color azzurro. Fidatevi che mangiare e dormire in questi posti vale metà del viaggio: imparerete più cose a svegliarvi a casa di una casalinga cubana piuttosto che da una guida cartacea. Le case non è necessario prenotarle, potete bussare di porta in porta finché l’hombre più persuasivo non vi convincerà a varcare le soglie della sua dimora. Punto A: saranno molto bravi a convincervi in ogni cosa che deciderete di fare in questo Paese e ve ne accorgerete presto. Punto B: le case da fuori potranno sembrarvi dei ruderi e non proprio rassicuranti ma, sorpresa, la maggior parte di esse dentro di apre e dispiega in tantissime zone curate e confortevoli. Vi capiteranno famiglie di ogni tipo ma tutte disponibili ad ascoltare e rispondere alle vostre più bizzarre curiosità. Il periodo più adatto per visitare il Paese è sicuramente quello che da noi coincide con i mesi invernali, però ovviamente noi siamo andati in pieno agosto! Per chi ha problemi con il lavoro, lo studio e le ferie, resta solo il periodo estivo per cimentarsi in esperienze come questa. Agosto, a Cuba, fa parte della stagione delle piogge e mostra le temperature più calde dell’anno, che in realtà sarebbero ideali se il tuo viaggio coincidesse con una vacanza per riposarsi a bordo piscina ma un po’ meno se il tuo intento fosse quello di camminare tutto il giorno per conoscere le basi di una cultura. Fortunatamente noi siamo stati colti dagli acquazzoni solo quattro volte in tutto il viaggio e principalmente nel tardo pomeriggio. Per quanto riguarda il caldo basta attrezzarsi con salviette umidificate, cappellino, crema, tanta acqua e soprattutto responsabilità: abbiamo avvertito più caldo al nord che al sud, l’importante è sapersi gestire in ogni circostanza. Per quanto riguarda le singole tappe che i miei companeros ed io abbiamo scelto (eravamo in cinque con una macchina nuova e molto spaziosa fortunatamente) sono state tante e concentrate in due settimane, ma è stato fattibile e ci siamo goduti ogni angolo di questo paradiso terrestre. Qui sta a voi la scelta: o dedicare un primo viaggio alla parte più ad ovest e un secondo a quella più ad est, oppure armarvi di tanta buona volontà, perché a volere vedere tanto si riesce eccome, senza sprecare nemmeno un attimo. 

1 TAPPA: HAVANA

Essendo atterrati all’Havana, abbiamo scelto di iniziare proprio da qui, dalla città “senza tempo”, quella colorata che vedi su tutte le copertine delle guide turistiche, con le macchine degli anni 50 e i sigari in bocca alla gente. L’Havana è molto più di tutto quello che appare ai nostri occhi. Havana è il simbolo di una vittoria molto importante, di un coraggio che aleggia nell’animo di ogni abitante, della musica che scorre nelle vene e per ogni strada, della libertà dentro il pugno della mano. Havana è un altro punto di vista. In questa città potrete trovare e provare di tutto: dal mojito originale da sorseggiare al bancone della Bodeguita del Medio, al fresco daiquiri da gustare al famoso locale Floridita. Ogni angolo vi sembrerà quello perfetto per uno scatto ed ogni macchina d’epoca quella giusta per girare la città. Che sia a bordo di una di queste meraviglie o a piedi, l’Havana avrà diverse zone da esplorare e nelle quali perdervi. Parlate sempre con le persone. Ad ogni tappa che affronterete, sarà la cosa più bella di ogni viaggio, ma soprattutto in un Paese come questo che ha una delle storie più importanti di sempre da raccontare. 

2 TAPPA: VINALES

Secondo il mio personalissimo ed umilissimo parere, Vinales è stato sicuramente il posto più autentico e affascinante che io abbia vissuto in questa avventura cubana. Non so se sia stato il fatto che io abbia affrontato per la prima volta nella mia vita una passeggiata a cavallo, non so se siano state le infinite piantagioni di tabacco in cui ci siamo persi e innamorati per cinque ore, non so nemmeno se sia stato l’effetto del primo sigaro della mia vita (e che sigaro ragazzi!) servito insieme al loro originale cocktail Canchánchara a base di miele e rum; ma è stato come prendere una boccata d’aria dopo essere stati chiusi a lungo in una stanza. Uno di quei posti dove riesci a sentirti un po’ di più, cosa che per me resta sempre uno spettacolo e uno splendido regalo della natura in ogni mio viaggio. 

3 TAPPA: PLAYA LARGA

La famosa Baia dei Porci, la storia di un tentativo di invasione fallita e di tutto ciò che portó con sè questo tradimento. Essendo completamente sul mare, questa tappa offre la possibilità di godersi un po’ di spiaggia, anche se nel sud l’acqua è riconosciuta come meno splendente di quella delle spiagge a nord. 

4 TAPPA: CIENFUEGOS

Un ottimo modo per spezzare un lungo viaggio è fermarsi in questa carinissima cittadina, molto attrezzata e frequentata. Tante sono le vie attorniate da mercatini dove poter acquistare qualche porta sigaro o un ventaglio colorato o una targa riprodotta, da portare a casa con voi.

5 TAPPA: TRINIDAD

Ne hai sempre sentito parlare, ti sei creato una certa idea di come possa presentarsi questa città, peccato che una volta messo piede qui dentro tutto cambi improvvisamente sembianze e diventi qualcosa di meravigliosamente inaspettato. La cittadina si presenta veramente in modo molto caratteristico: le case colorate fanno sempre da sfondo ma non tutto è così variopinto. Tanta è purtroppo la povertà che si riscontra in alcuni angoli della città; una povertà che non sembra pesare sui loro volti come potrebbe invece sembrare a noi europei. In tantissimi si fermeranno a intrattenervi e magari a chiedervi qualcosa in cambio ma sempre ed esclusivamente porgendovi un sorriso. Ricordate di portarvi sempre dietro una saponetta (il sapone è un bene di lusso a Cuba) o una maglietta che non volete più perché sarà sempre appagante lasciarle loro. Lungo la periferia di Trinidad sono tantissime le spiagge autentiche cubane dove potersi rilassare insieme ai locali: Playa Ancon è una delle più belle del sud, La Boca con il suo autentico villaggio dei pescatori e Caribe-Grill per un’autentica cena a bordo mare. 

6 TAPPA: HOLGUIN

Cittadina dai due volti: molto patriottica e originale da una parte, quanto oscura, meno tranquilla e sicura dall’altra. Sono state una serie di sensazioni a far concordare me e i miei compagni su un giudizio di questo tipo, anche se in realtà nulla ci ha colti alla sprovvista o veramente spaventati. Merita sicuramente una visita.

7 TAPPA: SANTIAGO DE CUBA

Pazzesca. Non tutti decidono di spingersi così a sud e molti si perdono questa città infinita. Tantissime le bellezze da vedere e apprezzare fino all’ultimo: il centro storico, la Gran Piedra dalla quale ammirare una delle viste o mirador più belle dell’Isola e la fortezza Il Morro dove avrete la possibilità di toccare da vicino le armi del passato. Se sarete fortunati a capitare nel nostro stesso periodo, la città sarà addobbata a festa per il compleanno di Fidel e la musica sarà ancora più forte e viva in ogni persona che si imbatterà sul vostro cammino. 

8 TAPPA: CAMAGUEY

Una tappa come questa è come avere qualcuno che pulisca casa al posto tuo la domenica mattina. Tutto è in ordine, tutto è pulito, le strade sono tranquille, i bambini giocano per strada e le persone ti sorridono. Un piccolo angolo inaspettato, ideale per rinfrescarsi e fermarsi durante l’ultimo tratto di viaggio.

9 TAPPA: SANTA CLARA

Prima tra le città cubane a essere liberata dal Chè, essa celebra il proprio salvatore ad ogni suo angolo, ospitando anche il mausoleo dove egli riposa insieme ai suoi compagni di battaglia in Bolivia. Tappa troppo importante per essere sottovalutata o saltata. 

10 TAPPA: VARADERO

Decima ed ultima tappa (perlomeno del mio primo viaggio a Cuba) non poteva che coincidere con un po’ di riposo. Direi che tre giorni di relax ci vogliono anche per il viaggiatore più backpacker di tutti. Le spiagge più quotate sono appunto quelle di Varadero e quelle di Cayo Largo del Sur (raggiungibile in catamarano o in una vetrina di minuti con l’ aereo). Resterete piacevolmente incantati dalla bellezza dell’acqua cristallina e delle infinite distese di spiaggia bianca sulle quali abbandonarsi a lunghi momenti rilassanti. Sarà veramente difficile che in quel momento qualcosa possa turbarvi o infastidirvi. Avrete modo di godervi gli ultimi momenti ripagandovi di ogni splendida fatica affrontata per conoscere un’intera isola e la sua storia. 

Ci sarebbero veramente tantissime altre cose da annotare: ad esempio citare il CUC, che è la moneta usata per i turisti, diversa da quella comunemente usata da loro e che si chiama “peso”, estremamente conveniente per il loro stile di vita. Siamo riusciti a pagare un gelato buonissimo per un totale di circa 0,20 centesimi di CUC solamente grazie alla cordialità di una donnina che ci ha permesso di convertire la moneta in peso: peccato fossero sei palline a testa di gelato. 

Ma di tutte le esperienze vissute in questo Paese, che per descrivervele avrei bisogno di stendere un romanzo e io non sono nessuno per tediarvi in tal modo, ne porterò per sempre due dentro al mio cuore da piccola e curiosa viaggiatrice: la fortuna di aver conosciuto tantissime persone con cui aver scambiato dei discorsi importanti, lontani da ogni schermata del telefono o un impegno troppo importante da rimandare per poter rimanere lì ad ascoltarti; e la musica: quanto può scaldarti l’animo il ritmo della musica latino-americana? Quanto?

Quindi grazie Cuba, grazie perché oltre ad ogni semplice parola, sei riuscita a farmi riportare a casa un bagaglio ricco di emozioni, sogni e profumo di vita. 

Namibia – Immagini, sensazioni e persone nel cuore. di David De Giorgio

In uno dei miei viaggi di gruppo, nella cornice della splendida Namibia, ho avuto il piacere immenso di conoscere un’anima d’oro di nome David. Ha voluto condividere con noi il video di quel fantastico viaggio ed io sono super felice di condividerlo con voi.

 

Abbiamo percorso 3000 Km di cui 2500 su strade sterrate; abbiamo forato 7 volte. Siamo stati affascinati dal linguaggio click dei Damara e ci siamo fatti colorare di rosso dalla tribù degli Himba. Abbiamo osservato una miriade di animali vagare indisturbati nella natura più selvaggia. Durante le notti in tenda non eravamo mai soli; gli occhi verdi delle iene ci scrutavano ed i ruggiti imponenti dei leoni ci tenevano svegli. I nostri occhi hanno mirato paesaggi desertici e sconfinati. Ci siamo arrampicati sulle mitiche dune rosse del deserto del Namib ed abbiamo corso sulle loro ripide pareti fino a valle. Abbiamo contemplato migliaia di uccelli danzare con le nuvole bianche nel cielo più azzurro che abbia mai visto. Ci siamo meravigliati di fronte a tramonti mozzafiato. Ci siamo incantati sotto un cielo magicamente stellato che avrebbe fatto diventare un poeta anche il più ignorante degli ignoranti… …e questa è stata la mia Namibia… Ora so cos’è il mal d’Africa 

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Grazie David!