18 anni e il primo viaggio in solitaria, destinazione NY

Sarà che amo NewYork, che nelle parole di Antonio mi ci sono rivisto tantissimo.

O forse sarà che il suo racconto scritto di getto, mi è piaciuto davvero e che ogni tanto, riesco felicemente a ricredermi sulle “nuove generazioni”. La storia di Antonio, 18enne, alla scoperta della grande mela, nel suo primo viaggio in solitaria!

PARTO

 

Parto? Non parto? Ok parto, ma se succede qualcosa? Queste domande mi frullavano nella mente da un bel po  di tempo, sapevo che volevo partire ma in quei momenti riuscivo a immaginarmi solo le situazioni peggiori in cui mi sarei potuto ritrovare, e questo mi teneva bloccato. Poi un giorno mentre ero sdraiato sul letto che continuavo a pensare e a inventarmi scenari catastrofici, mi sono alzato di scatto, ho preso i soldi dal  mio salvadanaio e sono andato in agenzia di viaggio a fare i biglietti perché mi sentivo ancora un po’ insicuro e imbranato per fare due click online e acquistarli da internet. Così l’11 giugno sono uscito dall’agenzia con i miei biglietti per New York. Li guardo e inizio a ridere come un imbecille, non mi sembrava vero, ho sempre sognato di visitare la grande mela e adesso,a distanza di  due settimane dal compimento dei miei 18 anni mi ritrovavo con i biglietti in mano con partenza prevista per fine Agosto. Durante quel periodo ho lavorato come cameriere, cercando di risparmiare il più possibile e tra un servizio e un altro

arriva il fatidico giorno. Mia madre e mio zio mi accompagnano alla stazione di Napoli, li saluto, abbraccio forte mia mamma e poi mi dirigo verso il tabellone degli orari dei treni. In quel momento ho provato una strana sensazione, ero li da solo e forse ancora non avevo realizzato che stavo per andare dall’altra parte del mondo. Dopo qualche ora arrivo all’aeroporto di Roma Fiumicino, era sera e il mio aereo sarebbe partito il giorno successivo, quindi avrei trascorso la notte in aeroporto. Direi che come prima esperienza non posso lamentarmi. Dopo una nottata infinita, e dopo ore interminabili di volo, arrivo finalmente a New York. Faccio una fila chilometrica per i controlli, prendo il treno che mi porta alla metro di Penn-Station e poi  da li la metro che mi porta a Times Square. Arrivo alla fermata della 42st strada, scendo dalla metro,inizio a salire le scale che mi avrebbero portato fuori dalla stazione, e poi boom! Times Square, Welcome To New York City. Cavolo. Quella e’ stata la sensazione più’ bella del mondo, ce l’avevo fatta, da solo. Con le lacrime agli occhi e con un sorriso che arrivava fino in Italia, passeggio per Times Square , mi lascio avvolgere dalle sue luci, dai suoi rumori, dai taxi , dagli artisti di strada e da bizzarri personaggi travestiti da super eroi che scattavano foto con i turisti. Dopo questo piccolo assaggio di New York prendo la metro e vado in ostello. Per me era un ambiente nuovo, c’erano molti ragazzi, e la possibilità di socializzare era davvero enorme, c’era la sala giochi, sala biliardo, sala film, c’era di tutto e l’ostello organizzava molti eventi che coinvolgono tutti coloro che alloggiavano lì, ma io non ho mai preso parte a nessun evento ne ho provato a buttarmi in qualche conversazione con qualcuno, perché avevo vergogna(questa sensazione sparirà con il passare dei giorni). Qual era il mio itinerario da seguire durante il viaggio? Nessuno, non avevo preparato nulla, ero solo in possesso del city pass, un blocchetto con una serie di biglietti che da accesso ad alcune attrazioni, ed ero in compagnia del mio zaino. Le mie giornate iniziavano la mattina presto, mi svegliavo  verso le 6.30, mi lavavo, andavo a fare colazione da dunkin donuts, prendevo la metro e scendevo alla fermata più vicina al posto che volevo iniziare a visitare quel giorno, dopodiché camminavo, camminavo, camminavo sempre. Camminare tutto il giorno mi ha permesso di godermi di più la città e devo dire che ciò’ che più mi è piaciuto e’ stata la “varietà’” di quel posto. Non in tutte le città del mondo puoi svegliarti la mattina e fare ciò che ti passa per la mente. Vuoi andare su una moto ad acqua nel fiume Hudson, tra il ponte di Brooklyn e la Statua della Libertà? Vuoi fare kayak gratis? Vuoi lasciarti coinvolgere dalla folla di Times Square? Oppure vuoi rilassarti spostandoti dalla realtà new yorkese prendendo un po’ di sole e facendo un bagno a Coney Island? Puoi fare di tutto, e questa totale libertà di cui io avevo bisogno New York me l’ha data. Penso al giorno in cui sono andato a Coney Island, e mi e’ sembrato quasi di non essere più a New York, mi sembrava di essere nelle spiagge di Los Angeles. Ho comprato un costume perché non ne avevo portato uno e mi sono tuffato nell’oceano atlantico, che sensazione fantastica, quel viaggio non e’ stato il solito “tour” dei grattacieli, dei musei, di central park e cosi via, ed è questo che lo ha reso fantastico. Per qualche strano motivo ho ancora impresso nella mente l’immagine di un ragazzo che ho visto a li a Coney Island mentre correva con la sua moto ad acqua a tutta velocità con il sole che tramontava come sfondo, e  ho pensato che dovesse davvero essere bello fare un’esperienza del genere. Così il giorno dopo mi informo su internet e trovo che nel New Jersey ci sono dei ragazzi che fanno dei tour con le moto ad acqua, così prenoto e vado. Mi ricordo benissimo quel giorno, era iniziato davvero male. Dopo essere uscito dall’ostello e aver fatto colazione vado a fare un giro dalle parti del World Trade Center, una delle mie zone preferite. Mi era venuta fame, e così ero entrato in un supermercato, ma avevo finito tutti i contanti, o meglio li ho tenuti contati perché mi sarebbero serviti per i biglietti dei trasporti. Decido di entrare perché avevo la carta di credito e il pin salvato sul telefono, allora prendo qualcosa da mangiare, vado a fare la fila alla cassa, prendo il telefono per vedere il pin e ironia della sorte il pin non c’era perché avevo comprato una sim americana e non avevo scritto il codice della carta da nessuna parte. Stavo quasi per piangere, perché oltre ad avere fame stavo avvertendo un po’ di solitudine e ciò mi ha leggermente rattristito. Alla fine compro una bottiglietta d’acqua con tutti i cents che avevo e vado a prendere il water taxi con direzione New Jersey. Appena arrivo al molo dove si faceva il tour delle moto ad acqua, riesco a farmi inviare il pin da mia mamma e compro un panino surgelato in un bar li vicino. Dopo una buona mezz’ora inizia il tour e qui combino un altro guaio, mettendo la chiave del lucchetto nella cover del telefono che poi ho lasciato sbadatamente all’ interno dello zaino, e infine ho chiuso lo zaino con il lucchetto. Solo poco dopo mi sono reso conto di quello che avevo fatto e volevo di nuovo piangere. Nonostante ciò finalmente si parte, io e altre persone che avevamo prenotato prendiamo posto sulle moto ad acqua e una ragazza ci spiega le “regole” che dovevamo seguire e  posso dire di non aver capito assolutamente niente e in quel momento realizzo s che dovevo iniziare a imparere bene l’inglese. Il tour è stato una meraviglia, sono passato sotto il Ponte di Brooklyn e vicino la statua della libertà e sfrecciare a tutta velocità verso l’orizzonte infinito mi ha fatto sorridere come mai prima d’ora. E’ stata una sensazione liberatoria, ogni persona dovrebbe fare un giro sulle moto ad acqua. Una volta terminato il tour prendo lo zaino e dopo aver cercato di spiegare la mia stupida situazione a Andy, il gestore del molo, riesco a farmi aiutare da lui e con le tronchesi mi rompe il lucchetto. Mi sentivo benissimo, alla grande, e dopo la fantastica corsa, ho fatto un giro all’interno del Liberty State Park, un parco con uno skyline su New York a dir poco fantastico. Libert State Park mi e’ piaciuto molto di più rispetto a Central Park per via del panorama, del mare e della sua tranquillità. New York non finisce mai di stupire, la Statua della Libertà bella e imponente mi e’ arrivata dritta al cuore, sarò stato almeno un’ora a fissarla a bocca aperta, e’ davvero incredibile vedere qualcosa dalle foto o video e poi ritrovarsela davanti nella realtà.

La vista di cui i miei occhi hanno potuto godere dalla cima di Top of The Rock è stata mozzafiato, vedere la città che all’imbrunire inizia a illuminarsi e’ davvero incantevole. Guardando la Grande mela dall’alto, ho iniziato a riflettere. Quel viaggio mi ha lasciato la consapevolezza che posso farcela, possiamo farcela a ottenere ciò che vogliamo, a realizzare i nostri sogni, se vogliamo qualcosa dobbiamo andarla a prendere, ed e’ importante scappare a gambe levate, correre il più lontano possibile dalle persone che cercano di influenzarci con la loro negatività. Quella sera su quel grattacielo ho promesso a me stesso che non mi sarei voluto più fermare, voglio viaggiare continuamente alla scoperta di posti, culture e persone nuove, e’ questo il mio sogno.

Grazie (e grande) Antonio, continua così!

 

Un racconto dall’Abruzzo

Chi lo dice che per sentirsi bene, per staccare la spina, per vivere un’avventura, bisogna necessariamente prendere l’aereo e partire per mete lontane?

Di certo non lo dice Sara Giannessi che in questi giorni mi ha inviato un racconto che mi è piaciuto davvero tanto. Sarà per le belle parole che ha usato, sarà per la destinazione che ha scelto (che io AMO). Fatto sta, che è un racconto davvero piacevole e ci tenevo a condividerlo con voi. Spero possa piacervi!

 

UN RACCONTO DALL’ABRUZZO

Sono ormai passati tre anni. Di viaggi dopo ce ne sono stati molti altri, alcuni anche più avventurosi, alcuni molto più lontani, ma c’è un perché se ho voluto rispolverare queste pagine. Spesso quando si parla di viaggiare vengono subito in mente posti lontani, luoghi esotici, scenari selvaggi, panorami da cartolina, skyline da film. Ma sto capendo sempre di più come a definire la lontananza non sia la distanza fisica ma quella mentale. E se devo pensare al viaggio che mi ha allontanato di più da quella che è la mia quotidianità, mi viene in mente un paesino in Abruzzo, Opi. Mi vengono in mente lunghe passeggiate nei boschi. Mi viene in mente una nuova autonomia nell’organizzare le giornate. Mi viene in mente la calma e la fatica delle sere passate a riposare osservando le stelle e a chiacchierare. E non mi stanco mai di raccontarlo quel viaggio, perché mi smuove ancora, mi attiva ancora a distanza di anni. E voglio raccontarlo perché quell’energia possa arrivare anche dall’altra parte, e chissà in che cosa si può trasformare.

Siamo partite da Roma, io e la mia migliore amica. E siamo arrivate dopo 3 ore, quanto un viaggio in aereo che può portare su lontano nell’Europa del Nord o giù in Africa. Non eravamo ben consapevoli di cosa avremmo vissuto né di come lo avremmo vissuto. Ma non vedevamo l’ora di viverlo.

C’è una poesia che mi ha accompagnato dal primo giorno del nostro viaggio, la poesia di un poeta che ha visto nella Natura la possibilità di essere felici. L’Infinito.

LUNEDI

Prima notte passata in roulotte. Troppo freddo, non me lo aspettavo. Prima colazione, con il latte caldo e pane e marmellata e il gas da aprire di fuori. Il tempo non sembra dei migliori, il monte di fronte a noi, di cui ancora non abbiamo capito il nome, è coperto dalle nuvole. Visto che il tempo non è dei migliori, decidiamo di passare una giornata tranquilla: andiamo a Pescasseroli a fare la spesa e a prendere la carta dei sentieri, poi a una fattoria a compare uova e formaggio e a fare le coccole ai cuccioli di pastore abruzzese, e alla fine saliamo a Opi.

C’è un belvedere proprio al centro di questo paesino stretto in cima a un monte tra i monti. C’è poca gente, tutta concentrata al bar, tranne qualche signora che chiacchiera tra le vie. Dall’altro lato rispetto a dove siamo salite si apre una valle. Si sente tutto da là su. Si vede tutto. Si vedono i raggi del Sole che tagliano le nuvole. Si vedono le rondini che corrono col vento. Non hanno paura di cadere. Sanno come muoversi. Si lasciano cadere in picchiata, poi prendono un’altra corrente e tornano su. Sono padrone di loro stesse. Poco sotto, gli alberi. Alberi piccoli, alberi appena nati. Qua nascono ancora. Non devono essere piantati e curati. Qua gli alberi resistono alla neve, al vento sferzante, alla pioggia che batte forte e buca la terra… resistono e crescono, da tre foglioline che appena spuntano diventano alberi forti e vecchi. Qua si osa. Si resiste. Si vive.

Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi al di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete,
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura.

MARTEDI

Secondo giorno. Partenza da Valfondillo, sentiero F2, segnale bianco e rosso. All’inizio il sentiero costeggia il Rio Fondillo. Il rumore dell’acqua che corre ci accompagnerà tutto il tragitto. A volte solo se si presta attenzione. Ci sono i cavalli al pascolo, tante giumente con i puledrini. Camminiamo senza rendercene troppo conto. Seguiamo il nostro ritmo. Così ci addentriamo di più tra i boschi, cominciano a farsi più stretti i prati e più alti gli abeti. Ritrovo alberi ondeggianti che avevo già visto senza foglie, ora carichi di verde. Dopo due ore e più di cammino e soste arriviamo al bivio: Grotta delle Fate o Passo dell’Orso. Scendiamo. Ecco la Grotta. Doveva essere piena d’acqua, ma non siamo in primavera e il Rio Fondillo si è ristretto. Risaliamo, proviamo a raggiungere la seconda meta, il Passo dell’Orso, ma il sentiero è troppo faticoso per affrontarlo il primo giorno, così ci fermiamo a goderci un po’ il bosco. Si sente forte il rumore degli alberi piegati dal vento, in alcuni tratti alcuni sono caduti, in altri ci sono alberi piegati ad arco. Con poco vento si vedono le cime ondeggiare vistosamente. È sorprendente, per chi è abituato ad associare agli alberi l’immobilità.

Forse dovremmo sentirci in colpa per non aver completato il percorso, o deluse per non aver trovato un punto di arrivo che ci ripagasse della fatica. Ma ci siamo fermate nel bosco. Tra i pini alti, verde vivo, ma tanti verdi, e marrone vecchio e ruvido. Con gli uccelli che si alzavano in volo turbati dalla nostra presenza, si sentivano le ali che sbattevano. Le nuvole correvano veloci sopra le teste, i rami ondeggiavano, scricchiolando, o forse parlando tra loro, chissà… Il vento ci correva accanto di corsa, ululando forte. In lontananza si sentiva il ruscello che camminava. Per me è difficile non pensare, ma

Così tra questa immensità
S’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare
.”

MERCOLEDI

In questi posti è quasi pesante dover prendere la macchina per spostarsi. Arriviamo a Civitella Alfedena, facciamo la spesa per preparare il pranzo al sacco. Pranziamo tra i boschi della Camosciara, con i sassi a farci da sedie.

Nel pomeriggio abbiamo in programma di fare una visita a una comune conoscenza a Civitella, ma siccome è presto ci dirigiamo prima al Lago di Barrea. È di un colore stupendo. Azzurro chiaro, ma non come il cielo, quasi verde acqua o turchese. Ci fermiamo accanto ai salici sommersi che spuntano dall’acqua. C’è un po’ di vento, quando c’è il sole si sta bene, quando ci sono le nuvole fa freddo. Sto ferma. Ho le montagne davanti, oltre il lago che riluce. È tutto fermo. Uguale a ieri e uguale a domani. Antico. In ogni attimo l’eternità.

E mi sovvien l’eterno
E le morte stagioni, e la presente,
E viva, e il suon di lei
.”

Viva. Non c’è tempo. C’è vita.

La nostra comune conoscenza ci porta a Civitella, ci guida tra i sentieri che solo chi ci abita conosce. Mi ricorda la mia infanzia, quando anche io conoscevo i sentieri-scorciatoie di un posto che è rimasto mio, ma solo nella memoria. Civitella è un borgo, carino come tanti nella zona, tutto in salita ovviamente, con i gerani rossi fuori dalle finestre. Dentro il borgo, tra le strade del paese, si apre la riserva faunistica del lupo e della lince. I lupi si fanno vedere, tutta la famiglia di papà, mamma e due cuccioli. Per i turisti è un evento, per gli abitanti parte della quotidianità, ormai conoscono le loro abitudini, sono loro compaesani. I lupi sono più piccoli di come mi aspettavo, più snelli ed eleganti. È il momento di salutarci e di ringraziare chi ci ha fatto vedere e non visitare.

GIOVEDI

Ormai siamo più veloci ad organizzarci. Partiamo da Valfondillo, abbiamo già deciso l’intinerario: prendiamo direttamente le indicazioni per Vallefredda. È bello usare i nomi come gli abitanti del posto, sapendo a cosa ci si sta riferendo, con un’immagine e dei ricordi in mente.

È il primo giorno di sole. Fa caldo, si sente che siamo più in alto, i raggi sono meno stanchi e ci raggiungono con più forza. Ci accorgiamo di essere già arrivate alla valle. È lunga, non si vede la fine. Il sole adesso illumina tutti i fiori e l’erba e gli insetti e i piccoli arbusti che crescono sul prato. Tutto intorno il bosco. Procediamo ancora un poco in piano, ma alla fine i segnali cominciano ad arrivare sempre più in alto. È un sentiero poco battuto, sono abbastanza sicura che se rimaniamo in silenzio e ferme per un po’ il bosco non si accorgerà più di noi e potremmo fare qualche incontro.

Non è silenzio. Non esiste il silenzio. C’è il mio respiro. C’è il rumore delle foglie. C’è il soffio del vento. C’è un movimento di chi mi sta accanto. C’è un uccello in lontananza. C’è un mondo lontano di suoni che il nostro orecchio non può cogliere, ma non per questo non fa rumore. Il silenzio, quello vero, non esiste. Ma a noi basta l’assenza di certi suoni per sentirlo, il suono del silenzio.

Saliamo ancora un po’, poi il sentiero comincia a scendere dolcemente. Il bosco è più largo, e marrone. La luce calda dell’estate tiene lontano il pensiero dell’autunno. Ormai dovremmo essere quasi arrivate, siamo in cammino da quasi 4 ore. Forca d’Acero è un chioschetto poco più a destra, seguendo la strada. Quando arriviamo ci accorgiamo di essere al confine tra Lazio e Abruzzo. Nel Lazio c’è uno stand di formaggi, con il proprietario che dorme al sole sulla sdraio, con la musica di Roma a tutto volume: “ma che ce frega, ma che c’emporta, se l’oste ar vino c’ha messo l’acqua!”. In Abruzzo un bar/panineria/ristorante pieno di motociclisti. Scendiamo a pranzare un po’ più giù nel bosco. Il nostro panino non ha nulla da invidiare a quelli del ristorante. Pane fresco, ricotta e pomodoro. Nel frattempo, chiediamo indicazioni a dei signori che vengono dal sentiero che abbiamo deciso di fare al ritorno, per evitare di fare una discesa troppo ripida. Un signore molto gentile si ferma e ci indica sulla cartina il percorso. P2 C1 F7 F4.

Torniamo su al bar. Qui capiscono che veniamo da un’escursione e che siamo stanche, ci trattano molto gentilmente. Ci “accampiamo” un po’ stremate e dispieghiamo nuovamente la cartina. Seguendo la strada asfaltata da Opi a Forca d’Acero sono 12 km. Sicuramente per sentieri non ne abbiamo fatti di meno. È appagante essere arrivate, c’è soddisfazione in quel riposo e orgoglio nel ricordo. Dopo poco ripartiamo. Lungo il percorso sentiamo dei nitriti, e, per la mia felicità, li raggiungiamo. Un branco di cavalli fermo in una radura. Ci ignorano. Continuano a girare intorno a due alberi. Ci sono molti puledrini, e un cavallo enorme che deve essere il capobranco. È davvero imponente. Ritorniamo sul sentiero. Ormai il nostro passo è veloce, torniamo a Valfondillo spedite. Non è ancora il tramonto, ma il Sole è molto basso, crea dei raggi di luce che si insinuano tra i monti.

Torniamo alla nostra casetta affamate e stanche e soddisfatte, soddisfatte di essere riuscite a cavarcela da sole. A fare un percorso che pochi fanno. E poco importa la meta. Riuscite ad organizzarsi. A non perdersi, e se ci si perde, a ritrovarsi. Ad aver compiuto qualcosa, qualcosa di completo. Ad aver preparato una buona cena. Ad aver sfruttato la giornata a pieno senza ottenere qualcosa di concreto. Ad averla resa unica e propria. Ad essere state noi, tra tutti, ad essere rimaste vere.  Ad aver scherzato e riso. Ad aver messo un passo dietro l’altro fino a formare chilometri. Ad aver reso quei boschi un po’ più nostri. Ad aver resistito. Ad aver ascoltato. A non esserci accontentate. Ad aver dato il meglio di noi in tutto. A non aver scelto la via più facile ma la più piena.

La giornata finisce sotto le stelle, che brillano tutta la notte, luminose.

VENERDI

Questa mattina facciamo con calma. Dietro consiglio della nostra comune conoscenza di civitella abbiamo deciso di partecipare all’escursione serale a Pianezza, sul Monte Marsicano, la montagna che vediamo dal nostro campeggio. A 1400 m, dopo il tramonto e quando gli altri escursionisti si sono ritirati, dovrebbe essere facile avvistare cervi e camosci e volpi e, se si è davvero fortunati, orsi e lupi. Partiamo con la nostra guida, Umberto, e un gruppo variegato ed entusiasta. Umberto ci spiega che le possibilità di avvistamento dipendono da vari fattori: quanto disturbo è stato creato durante il giorno, quanto caldo ha fatto durante la giornata, quanto riusciremo a essere silenziosi e quanto saremo fortunati.

Cominciamo la salita. Nella prima tappa Umberto ci racconta un aneddoto “storico”: Prima questi monti erano dedicati alla transumanza, al pascolo delle pecore, e sui versanti erano costruiti degli stazzi, delle basse costruzioni di pietre e tetti di rami e foglie, per ospitare pecore e pastori la notte. Oggi rimangono solo i muretti di pietre. Li avevamo notati anche andando a Forca d’Acero. Ci racconta di un certo Leucio Coccia, guardiaparco storico, che lui ha conosciuto quando era bambino, e che gli aveva regalato un libro in cui raccontava le sue avventure in montagna. Una di queste avventure riguarda il delitto di Pescogrosso, la località dove ci troviamo noi ora. Pesco in abruzzese vuol dire masso. Pescasseroli è il grosso masso accanto al fiume Sangro. Quando era guardiaparco, Leucio Coccia era stato chiamato perché un orso aveva ucciso un gregge di una trentina di pecore. Ora, questo era un comportamento strano per un orso, che di solito cattura una pecora e se ne va a mangiarla in un luogo tranquillo. Allora il guardiaparco si reca sul luogo del delitto, e trova effettivamente 30 e più pecore uccise, con i segni del passaggio di un orso. La conclusione a cui giunse il guardiaparco è singolare. Dai segni dedussero che nella zona era passata una mamma orso con il suo cucciolo, e che il cucciolo era passato sopra il tetto dello stazzo, cascando all’interno e schiacciando un po’ di pecore. La mamma per recuperarlo aveva fatto altrettanto. In più avrebbe ammassato le pecore verso un angolo del muro, in modo da avere una “scala” per uscire. Le povere pecore sono morte schiacciate dal peso dei due orsi, o di paura. Umberto ci dice che è per questo libro probabilmente che lui e tanti altri ragazzi sono diventati guide del parco.

La salita continua. Umberto ci mostra un albero, che potrebbe essere uno “spennatoio”, dove le aquile portano le loro prede per mangiarle. Ci sono 6 coppie di aquile sul territorio, una di queste ha il nido sul monte alla nostra destra, nella Camosciara. Dovrebbe essere il Monte Amaro. Con molta fatica arriviamo a Pianezza e cominciamo l’appostamento. Oltre la linea di alberi davanti a noi si apre la riserva integrale in cui i cervi pascolano durante il giorno. Sulla destra c’è una fonte, usata dal lupo e dall’orso. Il panorama ripaga della fatica. Si vede il lago di Barrea incastrato tra i monti. A sinistra la cima del Monte Marsicano, coperta da un po’ di nuvole grigie. Mi viene in mente una canzone di Ivan Graziani, sulla libertà. La sentivo da piccola.

Quella nuvola grigia sul picco, tu la vedi volare.
È la pelle del lupo che nessuno mai catturerà.
È la mia libertà
.”

Ad un tratto il gruppo si agita. La nostra guida ha avvistato un camoscio con il cannocchiale. Sta su in alto, dove ci sono le nuvole, sta pascolando ed è solo. A turno ci affacciamo al cannocchiale per vederlo. I bambini sono agitatissimi. È strano. Sta là su, piccolo e incurante di noi strane creature che gli diamo tanta importanza. Perché abbiamo perso così tanto del nostro contatto con la Natura? Facciamo in tempo a dare un’occhiata tutti, ma dopo poco il camoscio sparisce. Continua l’attesa. Il tempo sembra non scorrere. È lento il movimento del sole che ci porta via la luce piano piano. È lento il bosco nel cambiare suoni mentre si prepara alla notte. Il vento è fermo come noi, costante, leggero.

E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando

Il momento di ripartire ci coglie quasi impreparati. Così appoggiati sul versante mi sembrava che fossimo tante rocce anche noi. Ci muniamo di torce. Andiamo veloci, nonostante il buio. Non era spaventosa la montagna di notte. Prima di andare facciamo qualche domanda alla guida e scopriamo che il è l’animale più difficile da avvistare, dopo l’orso naturalmente.

Si potrebbe pensare che siamo stati fortunati a vederlo, oppure sfortunati per non aver visto comparire i cervi. Io abito in città. Non ho mai visto un cervo o un camoscio, forse nemmeno una volpe. In città non sento mai il silenzio, quando cala il sole si accendono i lampioni per strada e non vedo mai le stelle, o il buio. Io ritengo che sia stata una serata molto fortunata.

SABATO

La mattina andiamo a Pescasseroli. Ci sembra quasi di essere estranee a una cittadina ora, ci sembra di essere montanare che scendono in paese solo per le commissioni. Ma quella di stamattina ci sta molto a cuore. Andiamo a trovare la nostra guida di venerdì sera. Vogliamo sapere come trovare il libro di cui ci aveva parlato. Ci dice che il libro non è di nessuna casa editrice e che lo vendeva la figlia del guardiaparco che ora è in pensione e che forse ha qualche copia a casa sua. Ci mostra una copia del libro, che ha avuto direttamente dal guardiaparco. C’è una dedica, ma non voglio leggerla. Il libro si chiama Avventure con Orsi e Lupi di Leucio Coccia. La figlia, la signora che dovremo cercare, si chiama Lucetta in onore del padre. Per trovarla dobbiamo ricorrere ai meccanismi di un paese, tra i legami dei suoi abitanti. È una realtà che noi, nuove generazioni della città, non abbiamo mai sperimentato, non siamo abituate a non poter conoscere subito tutto.

All’ora dell’appuntamento vediamo uscire una signora e le andiamo incontro, ci presentiamo e ci invita ad entrare a casa sua. Parliamo per quasi un’ora. Ci fa vedere tutti i trofei sciistici che ha vinto il padre, ci racconta fiera che la rivista Diana – una rivista di caccia dell’epoca – chiedeva spesso la collaborazione di suo padre, ci racconta di quando la portò a vedere l’orso catturato e di quanto facesse paura, dei suoi fratelli e delle due sorelle e del fatto che la madre fosse sempre preoccupata perché il padre usciva anche la notte per andare da solo in mezzo ai boschi. Ci chiede poco di noi, ma forse tutte le persone anziane sono così tanto attaccate ai ricordi che il presente non gli interessa più di tanto. Però ci dice che siamo delle brave ragazze. Quando arriva il momento di comprare il libro, sembra quasi dispiaciuta di separarsi da quelle poche copie rimaste. Usciate dall’appartamento ci guardiamo. Forse siamo cresciute un po’.

Nel pomeriggio torniamo alla Camosciara. Per prima cosa saliamo il sentiero che ci porta alle Cascate delle Tre Cannelle e la Cascata delle Ninfee, poi riscendiamo e prendiamo il sentiero G6 che porta al Rifugio Belvedere della Liscia. È un bel sentiero, poco battuto, che passa anche sopra un ruscello, e sale sale sale, fra rocce e rami che fanno da gradini. Sento fatica e soddisfazione ad ogni passo. E la cima del Monte Amaro, che ci ha accompagnato da lontano tutta la settimana, piano piano si fa più vicina. Purtroppo la prudenza ci convince che è troppo ripido per avventurarci oltre a pomeriggio inoltrato. Tornate alla nostra casa, la stanchezza di una settimana rivendica il suo posto.

La sveglia suona alle 5.30 AM. Vogliamo vedere l’alba. C’è già luce a d illuminare i monti, e un cucciolo di pastore abruzzese già sveglio decide di farci compagnia, anche se una compagnia un po’ molesta. Aspettiamo in silenzio che i colori del cielo si trasferiscano sugli alberi e sull’erba bagnata e sul Monte Marsicano. Salutare un luogo con un risveglio rende questo lento ritorno quasi sacro.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude
.”

IL RITORNO

Sono passati anni da quando sono tornata. Sono tornata, ho finito il libro della signora Lucetta, ho stampato le foto delle passeggiate, della casetta, ho ricordato con nostalgia, mi sono accorta di come mi abbia fatto cambiare e crescere questa settimana, ho parlato con chi mi ha confermato che le città non sono a misura d’uomo, ho cambiato un po’ di abitudini, ho nuove consapevolezze, una maggiore sicurezza in me. Sono tornata dove c’è campo per il telefono. Sono tornata a correre per prendere l’autobus e andare di corsa, tirata tra impegni e persone e doveri, in ritmi che non mi appartengono. Sono tornata tra tanti, troppi rumori, rumori spiacevoli e innaturali. Sono tornata sotto un cielo senza stelle. Sono tornata in una casa che mi tiene staccata da tutto quello che c’è fuori; era bello anche sentire il freddo la notte. Sono tornata a non essere completamente padrona del mio tempo. Sono tornata ad avere palazzi fuori dalla finestra. Sono tornata a vedermi passare accanto migliaia di persone al giorno senza salutarne nessuna. Sono tornata a camminare su un asfalto sempre uguale, e sicuramente a camminare di meno. Sono tornata ad andare a letto tardi, perché non sono stanca e non c’è differenza tra il giorno e la notte. Sono tornata dove c’è più cemento che alberi. Sono tornata tra persone che non conoscono i boschi, che non hanno da insegnarmi sul luogo dove sto, perché una città spesso non appartiene a nessuno. Sono tornata in una casa senza l’odore di quello che avevo cucinato la sera prima. Mi manca anche andare al lavatoio a lavare i piatti, la sera col freddo e la stanchezza. Sono tornata ad avere troppo, sicuramente più del necessario. Mi manca cercare il modo per arrangiarci, ingegnarci per sfruttare al meglio quello che avevamo e non sentire il bisogno di nulla di più. Mi manca sentirmi padrona di un mio luogo, che gestisco io, che mi renda un po’ più libera. Mi manca decidere e seguire il percorso della giornata. Mi manca potermi dedicare solo a ciò che ritengo mio, mi manca non dover incastrare quello che voglio tra quello che devo. Mi manca non sentire l’urgenza di sfruttare al massimo ogni istante. Mi manca una vita più vera, più mia. E mai un ritorno mi aveva fatto sentire così tanto la distanza percorsa.

 

 

Grazie infinite a Sara per questo racconto!

Se volete leggere altro di lei, vi lascio il collegamento al suo blog!

Racconto di un viaggio in Norvegia

Anno nuovo, racconti nuovi!

Ad aprire la rubrica 2019 dei VOSTRI racconti è Marika , con il suo viaggio in Norvegia!

Ciao, sono Marika ho 22 anni e amo viaggiare, questa è la mia dipendenza.

Nel mondo di oggi frenetico e pieno di distrazioni è difficile sorprendersi e sentirsi vivi, grazie al cielo i viaggi riescono ancora a farlo! Viaggiare ti permette di metterti alla prova di conoscere un pezzo di mondo e contemporaneamente scoprire te stesso, ti dà la possibilità di mettere tutto in pausa e riflettere. 
Amo viaggiare e ho questa impazienza nel farlo perché, aimè per colpa nostra, molte bellezze di questo pianeta stanno scomparendo e perché voglio realizzare un sogno: quello di poter visitare il maggior numero di posti possibili, quindi prima si inizia è meglio è! 
Penso che il tempo scorra troppo velocemente e la nostra esistenza è appesa ad un filo sottile quindi, per il tempo che tiene, bisogna viverla a pieno attimo per attimo e il miglior modo per assaporarla sono i viaggi.
Penso che il viaggio non si estende solo al breve lasso di tempo compreso tra la partenza e il ritorno, ma lo vivi tre volte: quando lo organizzi e lo immagini, quando lo vivi e infine nei ricordi e grazie alla fotografia che può bloccare un istante, un’emozione che altrimenti fuggirebbe via. Per questo amo organizzare viaggi per me e i miei amici e ho una grande passione per la fotografia.


Voglio parlare della Norvegia un viaggio che mi ha rubato il cuore con i suoi colori saturi, le casette di legno con l’erba sui tetti, il profondo rispetto della natura ancora incontaminata, è come se lì l’uomo si fosse messo da parte e cammini in punta di piedi per non disturbarla, i paesaggi infiniti, la solitudine e il silenzio rotto solo dai rumori della nature. Dovunque guardavo c’era qualcosa di bello da vedere. Ci sarebbe voluto molto più tempo per assaporare meglio quella terra ma è durato il tempo sufficiente a farmi innamorare. 
Questo viaggio è stato l’emblema di ciò che io intendo per viaggiare: stanchezza e felicità.

Cosa mi ha stupito di più di questa terra? La precisione armonia e tranquillità che trasmette. Quanto sarebbe migliore il nostro pianeta se domani ci svegliassimo e capissimo tutti questa semplice cosa: la natura ci ha dato la vita ed è un obbligo rispettarla, lì l’hanno ha capito. Basti pensare che in giro abbiamo visto solo auto elettriche, sono molto attenti all’ambiente e a valorizzarlo. Altre cose bellissime? si paga ovunque con la carta di credito e hanno la capacità di creare strade dal nulla in 1 giorno soltanto, e per necessità della conformazione del loro territorio molto frastagliato e ricco di fiordi hanno dei traghetti che sono dei prolungamenti delle strade, qui da noi in Italia sarebbe tutto questo impensabile.

Cose brutte della Norvegia? I limiti a 90 km/h in ogni strada

Questo viaggio è stato l’emblema di ciò che io intendo per viaggiare: stanchezza e felicità. Amo le vacanze che ti esauriscono le forze ma ti arricchiscono la mente e il cuore, scaricandoti di tutti i problemi quotidiani e facendoti respirare a pieni polmoni. Quelle fatte di lunghe passeggiate e viste che ti tolgono il fiato, di infiniti tragitti in macchina pieni di paesaggi e canzoni cantate a squarciagola, di tramonti che ti scaldano il cuore e pioggia che penetra nell’anima.
Questo viaggio è stato come una mano che mi ha tirato su da un mare di delusioni, perdite e tristezza in cui rischiavo di annegare.

Norway 9-08-18/16-08-18

Vacanza on the road 1500 km fatti in macchina, 70 km a piedi, 7 notti 8 giorni, 6 case diverse dove dormire, giorni infiniti e notti troppo corte, 7 ragazzi e una Citroen c3 Picasso

Ci sono voluti mesi e mesi di programmazione soprattutto per renderlo più low cost possibile, ma il viaggio più bello in assoluto fino ad ora. 
Sarà un viaggio che porterò nel cuore e a renderlo speciale oltre alle bellezze dalla Norvegia sono gli amici che viaggiavano con me.

 

Abbiamo visitato la zona di Bergen e i fiordi sud-occidentali:

– Primo giorno inizia il viaggio verso Bergen:
Direzione Fiumicino Aeroporto, Partenza dalla stazione di Fara Sabina treno Orte-fiumicino, ti chiederai dove cavolo sta? Ecco esatto questa è la risposta che mi sento sempre dire quando dico dove abito, comunque è un paese a nord di Roma in provincia di Rieti.
14e15 Arriviamo all’aeroporto di Bergen ci stupiamo subito del silenzio e precisione a cui non siamo abituati. Prendiamo la macchina che ci accompagnerà per tutti gli 8 giorni. Dopo il Tetris per entrare in macchina, noi7+7 valige, si parte si pranza alle 16 di pomeriggio al McDonald, carburante, spesa al supermercato. Finalmente ci mettiamo in viaggio verso il primo alloggio che si trovava a Tyssedal vicino alla prima vera tappa del viaggio. Arriviamo e troviamo il nostro alloggio sul fiordo di Sorfjorden: primo panorama unico.

All’aeroporto non abbiamo trovato un punto per fare il cambio della moneta ma grazie alla civiltà evoluta norvegese ovunque si può pagare con la carta anche i bagni e nelle bancarelle.

Giorno 2: sveglia ore 4e30 colazione, preparazione dei bagagli (poco prima aperti) si ricarica tutto in macchina, siamo pronti per la prima tappa della vacanza: escursione Trolltunga 900 m di dislivello 27 km di escursione, di cui siamo riusciti a risparmiarne 9 grazie al parcheggio si Megalitop pagato 60 euro, i migliori 60 euro mai spesi in vita mia.

Iniziamo la giornata con la pioggia che sarà la nostra fedele compagna per tutti i 18 km. Percorso molto impegnativo soprattutto a causa della pioggia che rendeva tutto scivoloso ma sembrava di essere su un altro pianeta, caratterizzato da cascate imponenti corsi d’acqua e rocce a picco sul lago. Trekking molto introspettivo e totalmente a contatto con la natura che ci ha pervaso come l’acqua che correva sopra sotto e in ogni dove fino alle ossa. La strada sembrava non finire mai ma l’arrivo al famoso Trolltunga, roccia sospesa 700 m sul lago Ringedalsvatnet, è stato stupendo, sia per la felicità di avercela fatta sia per la vista e l’imponenza di quel panorama.

La strada del ritorno è stata più difficile dell’andata sia per la stanchezza il freddo e la difficoltà nel ritrovare la strada, due di noi sono stati soccorsi al rifugio dalla guardia alpina, un bell’omone nordico che è stato molto gentile. Nonostante tutto siamo tornati tutti sani e salvi

Finalmente arrivati alla macchina ci togliamo i vestiti zuppi, ci scaldiamo e ci incamminiamo verso il primo supermercato per comprare viveri per la cena e verso l’alloggio.

Dopo tutte le vicissitudini della giornata non riuscivamo a trovare la casa, come l’abbiamo trovata? Incredibile ma grazie ad un amico super nerd siamo riusciti a trovarla tramite il Wi-Fi fornito dal nostro host, viva la tecnologia! Difficile da raggiungere ma è stata la casa più bella di tutta la vacanza (e anche una di quelle pagate meno) dotata di un’immensa vetrata che si affacciava su soggiorno e angolo cottura, tutta in legno con l’erbetta sul tetto e dotata di una vasca idromassaggio e sauna, il giusto premio per la fatica che avevamo fatto.
Cosa abbiamo imparato da questa giornata? Mai andare a fare escursioni non equipaggiati al massimo, se avremmo avuto tutti l’attrezzatura adatta e un impermeabile serio sarebbe stato tutto più facile.

Giorno 3: ci alziamo belli e riposati verso le 10 e decidiamo di saltare l’escursione prevista, ci godiamo la casa e i suoi confort dopo di che cerchiamo un ristorante vicino casa dove si mangino cose tipiche e che si trovi sulla strada per raggiungere Haugesund dove avevamo il terzo alloggio: un bellissimo camping sull’oceano. In Norvegia non è sempre necessario seguire un itinerario per vedere cose belle, anche girando a caso si trovano scorci bellissimi e paesaggi mozzafiato e per noi è stato così, siamo stati sorpresi soprattutto dal ponte di Stordabrua sospeso sull’acqua e circondato da isolotti e dai 165 m di cascata di Latefossen, questo è il bello della diretta cambiare piani all’ultimo e scoprire cose fantastiche!.

Giorno 4 e 5: Bergen, come descriverla con un’unica parola? È una bomboniera, super curata, colorata, e molto nordica abbiamo mangiato del pesce divino appena pescato al caratteristico porto di Bryggen, ci siamo persi nelle viuzze del centro, siamo saliti sulle 2 funivie: ulriken 643 e la Floyen che ti mostrano una fantastica visuale di Bergen dall’alto. A fine giornata ci incamminiamo verso Forde dove avevamo l’alloggio vicino alla 3 tappa cioè il lago Lovatnet

Giorno 6: lago Lovatnet e Loen abbiamo passato la giornata girando intorno al lago, mai vista acqua di quel colore e riflessi di quel genere, non ci sono altre parole per descriverlo se non viverlo in prima persona. Raggiungiamo l’alloggio presso Folva vicino Geirangerfijord che sarà l’ultima tappa del viaggio

Giorno 7 arriviamo e ci fermiamo al Flydalsjuvet roccia a picco sul fiordo Geirangerfijord, nominato patrimonio dell’umanità, visitiamo il paese di Geiranger, qui siamo saliti sul catamarano con cui abbiamo fatto il giro sul fiordo esperienza unica e assolutamente da fare una volta nella vita, dopo di che siamo risaliti in macchina e ci siamo avventurati sulla la strada delle aquile caratterizzata da ben 12 tornanti fermandoci in vari punti panoramici tra cui il più bello la terrazza di Ornevegen, per finire in bellezza la giornata sulla strada di ritorno abbiamo visto Dalsnibba che si trova a 1500 metri di altezza questo punto panoramico sovrasta il paese di Gerainger e il fiordo. Che dire giornata di paesaggi mozzafiato e colori unici.


Giorno 8 arrivo a Bergen giro per i souvenir e si va a prendere l’aereo.

Viaggiare è dare un senso alla propria vita, è donare la vita ai propri sensi. Viaggiare può diventare un obbiettivo, una motivazione, ti cambia, ti apre la mente gli occhi e il cuore.

 

Volete raccontare la vostra storia? Parlarci del vostro itinerario di viaggio?

Scrivimi a raccontimentenomade@gmail.com 🙂

Un racconto sul Canada

Quando mi è arrivato il testo che state per seguire, subito mi è tornata in mente la mia esperienza in Canada  di un paio di anni fa. Posti pazzeschi, paesaggi sconfinati e penso ogni giorno a trovare del tempo per tornarci! Il racconto lo ha scritto Serena, partita per migliorare il suo inglese. A me è piaciuto molto. Ci tenevo a condividerlo anche con voi!

Il mio racconto sul Canada di Serena Pennella

 

Sono fortunata, so di essere fortunata.

Sono partita per migliorare il mio inglese, sono andata in Canada, sono tornata da lì che non solo sapevo parlare molto meglio la lingua.

Sono tornata sapendo nuove parole in portoghese; ho migliorato il mio spagnolo, ho conosciuto tanta nuova gente; i miei occhi si sono riempiti di paesaggi bellissimi e mi sono innamorata ancora.

Ogni viaggio che fai ti porta a innamorarti, e il Canada mi ha rubato il cuore.

Quando torni sei pieno di nuovi ricordi, spesso neanche te ne accorgi, che ti aiutano ad aprirti la mente.

 

Sono sempre stata descritta come una persona da larghe vedute e penso di essere davvero migliorata una volta tornata in Italia.

Il Canada è sempre stato una sorta di sogno lontano, un posto pieno di pace e tranquillità. E ora posso confermare che è davvero in questo modo.

Non ha diminuito le mie aspettative e nello stesso tempo mi ha fatto capire che è meglio immaginare meno e piuttosto viverle le cose.

Precisamente sono stata in Quebec, a Montreal, ma ho girato lì intorno. Il mio viaggio, durato più di un mese, si può suddividere in varie fasi che cercherò di riassumerle qua sotto.

Le mie prime due settimane le ho passate girando il più possibile, sono partita da ciò che più mi era vicino.

Sono stata ospite di una cara amica d’infanzia di mia mamma, anche lei venezuelana trasferitasi dopo il matrimonio. Abita a Longueil, un paese vicino a Montreal. È davvero bellissimo, ricorda star-hollow di “Una mamma per amica”.

Ho girato quella cittadina in bici, ma si può vedere anche a piedi. È caratteristica e colorata, l

In centro a Longueil c’è la bellissima cattedrale di Sant’Antonio di Padova, l’ingresso è gratuito e nel piano sotto c’è un museo dedicato alla città. Lì ho incontrato un giovane ragazzo che faceva da guida e gentilmente si è offerto di mostrarmi tutto il museo, in inglese. È stato interessante e un primo approccio al buon comportamento delle persone. Il Canada è famoso per il loro carattere pacato e cordiale.

Avendo molto tempo ho deciso di girare non solo in quella zona, ma anche nelle città più vicine, sono partita la seconda settimana di agosto.

Potevo non andare alle cascate del Niagara? O a Toronto?

Il viaggio è durato all’incirca tra le 6 e le 7 ore, è stato tutto sommato piacevole.

In Canada le autostrade sono gratis (pagano molte più tasse di noi) ed enormi, le corsie sono il doppio di quelle italiane. Anche i limiti di velocità sono differenti, sono molto più bassi rispetto ai nostri con un massimo di 100 km/h in autostrada.                                                                                   

In ogni autogrill si può trovare una nota catena canadese: “Tim Horton”, dove si può prendere il caffè, brioches, donuts o hamburger. È una vera istituzione in tutto il Continente.

La prima tappa sono state le Cascate. Siamo subito andati in hotel, il classico motel da film, e poi a mangiare. Anche lì il meteo, come in quasi tutto il Canada, è molto variabile: appena arrivati pioveva a dirotto, il tempo di un pranzo ed è uscito il sole e insieme una temperatura calda. I canadesi sono abituati a questi cambiamenti durante tutto l’anno.

Quando uno pensa a questo luogo, molto spesso si immagina una sorta di riserva naturale dove da vedere ci sono solo le cascate e nient’altro. Invece la città è una mini-Las Vegas, piena di attrazioni colorate e negozi di ogni genere, una sorta di parco giochi per adulti e bambini. La strada che ti porta sul Belvedere è piena di musei particolari, stravaganti e ristoranti affollati. Noi abbiamo deciso di visitare la mostra permanente sul Guinness dei primati, molto interessante e divertente.

Ufficialmente le cascate del Niagara sono al confine tra Canada e stati uniti, sono situate nella parte statunitense, ma si vedono meglio dalla parte canadese.

La vista è meravigliosa e a pagamento si può andare su dei battelli che ti portano vicinissimo. Il costo si aggira sui 30 dollari canadesi, il servizio è davvero efficiente. Da quando compri il biglietto fino a quando sali passano giusto 10 minuti. Offrono gratuitamente una protezione di plastica/poncho (rosa per la parte canadese e blu per quella statunitense) e si parte.

Prima ci si avvicina a quella più piccolina e sconosciuta, poi si passa alla sorella.

L’emozione di vederle da vicino è qualcosa di unico e indescrivibile. Senti l’acqua, il vento e la loro potenza sul tuo viso. Un’esperienza che ti lega con la natura in un modo che davvero non avrei mai creduto.

Per il resto la città del Niagara non offre troppo, ci sono piccoli parchi divertimento e un casinò.

Siamo rimasti due giorni alle cascate e poi siamo andati a Toronto, che dista circa 2 ore da lì.

È una città incredibile, la New York del lato est del Canada, piena di grattacieli e di vita, situata sulla costa del lago Ontario.

Avendo solo un giorno ho deciso di non stressarmi e correre di qua e di là, ma di passeggiare e vedere cosa mi offriva la città. L’unica attrazione che ho programmato è stata la CN tower, la quale con i suoi 553 metri di altezza è una delle torri più alte del mondo. La vista da sopra è spettacolare, si vedono benissimo tutti i grattacieli che da quella altezza sembrano pure bassi, e a renderla grandiosa il merito è anche del lago. Così enorme che anche da lì sopra non riesci a vedere la fine, sembra un vastissimo oceano.

Tutto sommato sono rimasta felice della mini-giornata a Toronto.

È un misto di nuovi palazzi piena di gente elegante e piccole vie colorate con ristoranti provenienti da tutto il mondo.

Tornata da questo “viaggio nel viaggio” ho iniziato un corso d’inglese a Montreal, è stata una delle esperienze più belle della mia vita. Effettivamente molti hanno criticato la mia scelta: “vai in un posto dove parlano francese per imparare l’inglese?”

Invece a dispetto loro io sono rimasta entusiasta della mia scelta perché ho potuto vivere un’esperienza di realtà bilingue, e questo mi ha solo arricchita di più.

Il Quebec è l’unica regione o stato canadese in cui la prima lingua (non ancora ufficialmente però) è il francese.

Il loro è un mix, ed è divertente vedere come ogni persona parla benissimo entrambe le lingue. È stato bello confrontarmi con un posto del genere.

La scuola era davvero organizzata bene, il loro focus principale era di farti apprendere la lingua. Tant’è che all’interno della struttura è obbligatorio parlare in inglese o in francese, al terzo richiamo possono tranquillamente espellerti.

Le lezioni si dividono in skill, grammar e conversation. Le classi sono composte da un massimo di 12 persone, e all’inizio per decidere la tua ti sottopongono a un test di livello.

La mia classe era davvero mista, piena di sud americani (molti del Brasile) ma anche di giapponesi o coreani. Ero l’unica italiana nel gruppo e questo era fattore di popolarità. All’estero vedono l’Italia come un paradiso dove si mangia davvero bene.

Il cibo in Canada non è male, il piatto tipico del Quebec sono le poutine, ovvero patatine fritte ricoperte di una salsa agrodolce, feta a fette e quello che vuoi tu (esempio wurstel, prosciutto ecc..). Le ho assaggiate con sopra gli straccetti di maiale e devo ammettere che erano davvero buone.

Per il resto mangiano in modo vario, e puoi trovare qualsiasi cosa ovunque.

Durante il mio periodo scolastico, durato 2 settimane, ho avuto modo di girare per bene Montreal. Ho fatto amicizia con ragazzi brasiliani e messicani, e insieme organizzavamo gite dopo le lezioni.

Vicino alla nostra scuola c’èra una delle vie più famose della città, Rue Sant Catherine. Conosciuta come la via dei negozi, e dei locali. Spesso mangiavamo in un posto chiamato “Wharenhouse”, carino perché era vario ma al prezzo fisso di 5.95 dollari canadesi. Lungo quella via c’era anche un cinema, siamo andati a vedere gli incredibili 2 in inglese. Anche il cinema è strutturato in modo diverso rispetto a quello italiano: non ci sono posti assegnati, puoi entrare in sala mangiando di tutto e l’immancabile Tim Horton è presente e vende ciambelle e caffè per il pre o post film.

Spesso a orario del tramonto andavamo all’Old porto, un posto magico, con la ruota panoramica e il lungo fiume. Pieno di bancarelle artigianali e di food truck.

Puoi trovare anche pedalò, moto d’acqua e una triste spiaggia artificiale che si affaccia solo sul fiume.

Un giorno abbiamo fatto una specie di escursione a Mont-Royal, la montagna più alta di Montreal, che in realtà è bassina giusto 223 metri. Però offre una bella vista e dei boschi enormi da attraversare e passeggiare. Tutta l’area è piena di scoiattoli, e di persone che cercano di nutrirli. Lungo una di quelle stradine abbiamo incontrato due bambine che vendevano limonata, e chiaramente ne abbiamo presa una, sembrava proprio la classica scena da film americano.

Montreal offre molti posti da vedere e visitare oltre quelli già menzionati, per esempio c’è lo stadio Olimpico, dove gli atleti si allenano, soprattutto i nuotatori.

Inoltre nella zona centrale c’è la bellissima Place des Artes, una piazza moderna abbellita da fontane e fiori.

Una chiesa da vedere è sicuramente la basilica di Notre-Dame, l’unica dove bisogna pagare per entrare, ma credetemi ne vale davvero la pena. È proprio in stile Disney, è magica e piena di vetrate colorate. L’atmosfera dentro è quasi mistica.

Altro luogo must-have è l’isole Jean Drapeau, si raggiunge facilmente con la metro, una volta lì ci sono vari posti da vedere: per esempio la Biosphere, una sorta di museo dedicato all’ambiente in un modo non convenzionale e molto stimolante. Sempre sull’isola c’è una piscina enorme, una torre dove si può vedere il ponte che collega l’isola a Montreal e di conseguenza anche la città. Inoltre quasi tutti i weekend ospita grandi festival musicali per giovani, e ho potuto costatare che l’affluenza è decisamente alta.

Infine per quanto riguarda il clima canadese, si riconosce subito, fino al 15 agosto c’è stato caldo e bel tempo, ma dopo e non scherzo ma dal 16 preciso, le temperature hanno iniziato ad abbassarsi. La mattina c’era quasi freddo, e la sera pure.

Solo durante il giorno se c’era il sole potevi aspirare a il caldo estivo.

Montreal è comunque ben organizzata contro il freddo, c’è tutta una città sotterranea collegata dalle metro, che permette di non uscire durante l’inverno, quando le temperature raggiungono davvero molti gradi sotto lo zero

La penultima settimana non sono rimasta in Canada, ho comprato i biglietti dell’autobus e dopo 8 ore sono arrivata a New york. Purtroppo quello è un capitolo a parte, ci sarebbe da raccontare veramente tanto su quella bellissima città. Davvero amazing!

L’ultima settimana è stata tranquilla, abbiamo rigirato i posti più belli di Montreal, ma non ci siamo limitati solo a quello.

Un pomeriggio siamo andati in una cittadina vicino che si chiama Chambly. Un posto che ricorda molto le fiabe, o comunque un posto magico e romanzato. Lì il fiume San Lorenzo diventa una sorta di lago, per poi restringersi e continuare il suo percorso.

Ho avuto modo di fare Kayak, davvero rilassante. Rimanevo ferma in mezzo al lago, sentivo la brezza toccarmi il viso e mi sentivo felice.

Ci sono poi ritornata a Chambly per il festival della birra, che si teneva in un enorme parco. Era pieno di stand diversi, con ogni tipo di birra come per esempio quella al gusto di sciroppo d’acero. Oltre alle bevande chiaramente c’erano ogni tipo di food truck.

Posso confermare dopo il mio viaggio che il Canada è davvero un paese cordiale, pieno di persone che ti fanno sentire a casa. È un continente che offre veramente tanto, ed è pieno di paesaggi bellissimi.

Non vedo l’ora di tornarci e chissà magari vedere l’altra costa sta volta.