Chi lo dice che per sentirsi bene, per staccare la spina, per vivere un’avventura, bisogna necessariamente prendere l’aereo e partire per mete lontane?

Di certo non lo dice Sara Giannessi che in questi giorni mi ha inviato un racconto che mi è piaciuto davvero tanto. Sarà per le belle parole che ha usato, sarà per la destinazione che ha scelto (che io AMO). Fatto sta, che è un racconto davvero piacevole e ci tenevo a condividerlo con voi. Spero possa piacervi!

 

UN RACCONTO DALL’ABRUZZO

Sono ormai passati tre anni. Di viaggi dopo ce ne sono stati molti altri, alcuni anche più avventurosi, alcuni molto più lontani, ma c’è un perché se ho voluto rispolverare queste pagine. Spesso quando si parla di viaggiare vengono subito in mente posti lontani, luoghi esotici, scenari selvaggi, panorami da cartolina, skyline da film. Ma sto capendo sempre di più come a definire la lontananza non sia la distanza fisica ma quella mentale. E se devo pensare al viaggio che mi ha allontanato di più da quella che è la mia quotidianità, mi viene in mente un paesino in Abruzzo, Opi. Mi vengono in mente lunghe passeggiate nei boschi. Mi viene in mente una nuova autonomia nell’organizzare le giornate. Mi viene in mente la calma e la fatica delle sere passate a riposare osservando le stelle e a chiacchierare. E non mi stanco mai di raccontarlo quel viaggio, perché mi smuove ancora, mi attiva ancora a distanza di anni. E voglio raccontarlo perché quell’energia possa arrivare anche dall’altra parte, e chissà in che cosa si può trasformare.

Siamo partite da Roma, io e la mia migliore amica. E siamo arrivate dopo 3 ore, quanto un viaggio in aereo che può portare su lontano nell’Europa del Nord o giù in Africa. Non eravamo ben consapevoli di cosa avremmo vissuto né di come lo avremmo vissuto. Ma non vedevamo l’ora di viverlo.

C’è una poesia che mi ha accompagnato dal primo giorno del nostro viaggio, la poesia di un poeta che ha visto nella Natura la possibilità di essere felici. L’Infinito.

LUNEDI

Prima notte passata in roulotte. Troppo freddo, non me lo aspettavo. Prima colazione, con il latte caldo e pane e marmellata e il gas da aprire di fuori. Il tempo non sembra dei migliori, il monte di fronte a noi, di cui ancora non abbiamo capito il nome, è coperto dalle nuvole. Visto che il tempo non è dei migliori, decidiamo di passare una giornata tranquilla: andiamo a Pescasseroli a fare la spesa e a prendere la carta dei sentieri, poi a una fattoria a compare uova e formaggio e a fare le coccole ai cuccioli di pastore abruzzese, e alla fine saliamo a Opi.

C’è un belvedere proprio al centro di questo paesino stretto in cima a un monte tra i monti. C’è poca gente, tutta concentrata al bar, tranne qualche signora che chiacchiera tra le vie. Dall’altro lato rispetto a dove siamo salite si apre una valle. Si sente tutto da là su. Si vede tutto. Si vedono i raggi del Sole che tagliano le nuvole. Si vedono le rondini che corrono col vento. Non hanno paura di cadere. Sanno come muoversi. Si lasciano cadere in picchiata, poi prendono un’altra corrente e tornano su. Sono padrone di loro stesse. Poco sotto, gli alberi. Alberi piccoli, alberi appena nati. Qua nascono ancora. Non devono essere piantati e curati. Qua gli alberi resistono alla neve, al vento sferzante, alla pioggia che batte forte e buca la terra… resistono e crescono, da tre foglioline che appena spuntano diventano alberi forti e vecchi. Qua si osa. Si resiste. Si vive.

Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi al di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete,
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura.

MARTEDI

Secondo giorno. Partenza da Valfondillo, sentiero F2, segnale bianco e rosso. All’inizio il sentiero costeggia il Rio Fondillo. Il rumore dell’acqua che corre ci accompagnerà tutto il tragitto. A volte solo se si presta attenzione. Ci sono i cavalli al pascolo, tante giumente con i puledrini. Camminiamo senza rendercene troppo conto. Seguiamo il nostro ritmo. Così ci addentriamo di più tra i boschi, cominciano a farsi più stretti i prati e più alti gli abeti. Ritrovo alberi ondeggianti che avevo già visto senza foglie, ora carichi di verde. Dopo due ore e più di cammino e soste arriviamo al bivio: Grotta delle Fate o Passo dell’Orso. Scendiamo. Ecco la Grotta. Doveva essere piena d’acqua, ma non siamo in primavera e il Rio Fondillo si è ristretto. Risaliamo, proviamo a raggiungere la seconda meta, il Passo dell’Orso, ma il sentiero è troppo faticoso per affrontarlo il primo giorno, così ci fermiamo a goderci un po’ il bosco. Si sente forte il rumore degli alberi piegati dal vento, in alcuni tratti alcuni sono caduti, in altri ci sono alberi piegati ad arco. Con poco vento si vedono le cime ondeggiare vistosamente. È sorprendente, per chi è abituato ad associare agli alberi l’immobilità.

Forse dovremmo sentirci in colpa per non aver completato il percorso, o deluse per non aver trovato un punto di arrivo che ci ripagasse della fatica. Ma ci siamo fermate nel bosco. Tra i pini alti, verde vivo, ma tanti verdi, e marrone vecchio e ruvido. Con gli uccelli che si alzavano in volo turbati dalla nostra presenza, si sentivano le ali che sbattevano. Le nuvole correvano veloci sopra le teste, i rami ondeggiavano, scricchiolando, o forse parlando tra loro, chissà… Il vento ci correva accanto di corsa, ululando forte. In lontananza si sentiva il ruscello che camminava. Per me è difficile non pensare, ma

Così tra questa immensità
S’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare
.”

MERCOLEDI

In questi posti è quasi pesante dover prendere la macchina per spostarsi. Arriviamo a Civitella Alfedena, facciamo la spesa per preparare il pranzo al sacco. Pranziamo tra i boschi della Camosciara, con i sassi a farci da sedie.

Nel pomeriggio abbiamo in programma di fare una visita a una comune conoscenza a Civitella, ma siccome è presto ci dirigiamo prima al Lago di Barrea. È di un colore stupendo. Azzurro chiaro, ma non come il cielo, quasi verde acqua o turchese. Ci fermiamo accanto ai salici sommersi che spuntano dall’acqua. C’è un po’ di vento, quando c’è il sole si sta bene, quando ci sono le nuvole fa freddo. Sto ferma. Ho le montagne davanti, oltre il lago che riluce. È tutto fermo. Uguale a ieri e uguale a domani. Antico. In ogni attimo l’eternità.

E mi sovvien l’eterno
E le morte stagioni, e la presente,
E viva, e il suon di lei
.”

Viva. Non c’è tempo. C’è vita.

La nostra comune conoscenza ci porta a Civitella, ci guida tra i sentieri che solo chi ci abita conosce. Mi ricorda la mia infanzia, quando anche io conoscevo i sentieri-scorciatoie di un posto che è rimasto mio, ma solo nella memoria. Civitella è un borgo, carino come tanti nella zona, tutto in salita ovviamente, con i gerani rossi fuori dalle finestre. Dentro il borgo, tra le strade del paese, si apre la riserva faunistica del lupo e della lince. I lupi si fanno vedere, tutta la famiglia di papà, mamma e due cuccioli. Per i turisti è un evento, per gli abitanti parte della quotidianità, ormai conoscono le loro abitudini, sono loro compaesani. I lupi sono più piccoli di come mi aspettavo, più snelli ed eleganti. È il momento di salutarci e di ringraziare chi ci ha fatto vedere e non visitare.

GIOVEDI

Ormai siamo più veloci ad organizzarci. Partiamo da Valfondillo, abbiamo già deciso l’intinerario: prendiamo direttamente le indicazioni per Vallefredda. È bello usare i nomi come gli abitanti del posto, sapendo a cosa ci si sta riferendo, con un’immagine e dei ricordi in mente.

È il primo giorno di sole. Fa caldo, si sente che siamo più in alto, i raggi sono meno stanchi e ci raggiungono con più forza. Ci accorgiamo di essere già arrivate alla valle. È lunga, non si vede la fine. Il sole adesso illumina tutti i fiori e l’erba e gli insetti e i piccoli arbusti che crescono sul prato. Tutto intorno il bosco. Procediamo ancora un poco in piano, ma alla fine i segnali cominciano ad arrivare sempre più in alto. È un sentiero poco battuto, sono abbastanza sicura che se rimaniamo in silenzio e ferme per un po’ il bosco non si accorgerà più di noi e potremmo fare qualche incontro.

Non è silenzio. Non esiste il silenzio. C’è il mio respiro. C’è il rumore delle foglie. C’è il soffio del vento. C’è un movimento di chi mi sta accanto. C’è un uccello in lontananza. C’è un mondo lontano di suoni che il nostro orecchio non può cogliere, ma non per questo non fa rumore. Il silenzio, quello vero, non esiste. Ma a noi basta l’assenza di certi suoni per sentirlo, il suono del silenzio.

Saliamo ancora un po’, poi il sentiero comincia a scendere dolcemente. Il bosco è più largo, e marrone. La luce calda dell’estate tiene lontano il pensiero dell’autunno. Ormai dovremmo essere quasi arrivate, siamo in cammino da quasi 4 ore. Forca d’Acero è un chioschetto poco più a destra, seguendo la strada. Quando arriviamo ci accorgiamo di essere al confine tra Lazio e Abruzzo. Nel Lazio c’è uno stand di formaggi, con il proprietario che dorme al sole sulla sdraio, con la musica di Roma a tutto volume: “ma che ce frega, ma che c’emporta, se l’oste ar vino c’ha messo l’acqua!”. In Abruzzo un bar/panineria/ristorante pieno di motociclisti. Scendiamo a pranzare un po’ più giù nel bosco. Il nostro panino non ha nulla da invidiare a quelli del ristorante. Pane fresco, ricotta e pomodoro. Nel frattempo, chiediamo indicazioni a dei signori che vengono dal sentiero che abbiamo deciso di fare al ritorno, per evitare di fare una discesa troppo ripida. Un signore molto gentile si ferma e ci indica sulla cartina il percorso. P2 C1 F7 F4.

Torniamo su al bar. Qui capiscono che veniamo da un’escursione e che siamo stanche, ci trattano molto gentilmente. Ci “accampiamo” un po’ stremate e dispieghiamo nuovamente la cartina. Seguendo la strada asfaltata da Opi a Forca d’Acero sono 12 km. Sicuramente per sentieri non ne abbiamo fatti di meno. È appagante essere arrivate, c’è soddisfazione in quel riposo e orgoglio nel ricordo. Dopo poco ripartiamo. Lungo il percorso sentiamo dei nitriti, e, per la mia felicità, li raggiungiamo. Un branco di cavalli fermo in una radura. Ci ignorano. Continuano a girare intorno a due alberi. Ci sono molti puledrini, e un cavallo enorme che deve essere il capobranco. È davvero imponente. Ritorniamo sul sentiero. Ormai il nostro passo è veloce, torniamo a Valfondillo spedite. Non è ancora il tramonto, ma il Sole è molto basso, crea dei raggi di luce che si insinuano tra i monti.

Torniamo alla nostra casetta affamate e stanche e soddisfatte, soddisfatte di essere riuscite a cavarcela da sole. A fare un percorso che pochi fanno. E poco importa la meta. Riuscite ad organizzarsi. A non perdersi, e se ci si perde, a ritrovarsi. Ad aver compiuto qualcosa, qualcosa di completo. Ad aver preparato una buona cena. Ad aver sfruttato la giornata a pieno senza ottenere qualcosa di concreto. Ad averla resa unica e propria. Ad essere state noi, tra tutti, ad essere rimaste vere.  Ad aver scherzato e riso. Ad aver messo un passo dietro l’altro fino a formare chilometri. Ad aver reso quei boschi un po’ più nostri. Ad aver resistito. Ad aver ascoltato. A non esserci accontentate. Ad aver dato il meglio di noi in tutto. A non aver scelto la via più facile ma la più piena.

La giornata finisce sotto le stelle, che brillano tutta la notte, luminose.

VENERDI

Questa mattina facciamo con calma. Dietro consiglio della nostra comune conoscenza di civitella abbiamo deciso di partecipare all’escursione serale a Pianezza, sul Monte Marsicano, la montagna che vediamo dal nostro campeggio. A 1400 m, dopo il tramonto e quando gli altri escursionisti si sono ritirati, dovrebbe essere facile avvistare cervi e camosci e volpi e, se si è davvero fortunati, orsi e lupi. Partiamo con la nostra guida, Umberto, e un gruppo variegato ed entusiasta. Umberto ci spiega che le possibilità di avvistamento dipendono da vari fattori: quanto disturbo è stato creato durante il giorno, quanto caldo ha fatto durante la giornata, quanto riusciremo a essere silenziosi e quanto saremo fortunati.

Cominciamo la salita. Nella prima tappa Umberto ci racconta un aneddoto “storico”: Prima questi monti erano dedicati alla transumanza, al pascolo delle pecore, e sui versanti erano costruiti degli stazzi, delle basse costruzioni di pietre e tetti di rami e foglie, per ospitare pecore e pastori la notte. Oggi rimangono solo i muretti di pietre. Li avevamo notati anche andando a Forca d’Acero. Ci racconta di un certo Leucio Coccia, guardiaparco storico, che lui ha conosciuto quando era bambino, e che gli aveva regalato un libro in cui raccontava le sue avventure in montagna. Una di queste avventure riguarda il delitto di Pescogrosso, la località dove ci troviamo noi ora. Pesco in abruzzese vuol dire masso. Pescasseroli è il grosso masso accanto al fiume Sangro. Quando era guardiaparco, Leucio Coccia era stato chiamato perché un orso aveva ucciso un gregge di una trentina di pecore. Ora, questo era un comportamento strano per un orso, che di solito cattura una pecora e se ne va a mangiarla in un luogo tranquillo. Allora il guardiaparco si reca sul luogo del delitto, e trova effettivamente 30 e più pecore uccise, con i segni del passaggio di un orso. La conclusione a cui giunse il guardiaparco è singolare. Dai segni dedussero che nella zona era passata una mamma orso con il suo cucciolo, e che il cucciolo era passato sopra il tetto dello stazzo, cascando all’interno e schiacciando un po’ di pecore. La mamma per recuperarlo aveva fatto altrettanto. In più avrebbe ammassato le pecore verso un angolo del muro, in modo da avere una “scala” per uscire. Le povere pecore sono morte schiacciate dal peso dei due orsi, o di paura. Umberto ci dice che è per questo libro probabilmente che lui e tanti altri ragazzi sono diventati guide del parco.

La salita continua. Umberto ci mostra un albero, che potrebbe essere uno “spennatoio”, dove le aquile portano le loro prede per mangiarle. Ci sono 6 coppie di aquile sul territorio, una di queste ha il nido sul monte alla nostra destra, nella Camosciara. Dovrebbe essere il Monte Amaro. Con molta fatica arriviamo a Pianezza e cominciamo l’appostamento. Oltre la linea di alberi davanti a noi si apre la riserva integrale in cui i cervi pascolano durante il giorno. Sulla destra c’è una fonte, usata dal lupo e dall’orso. Il panorama ripaga della fatica. Si vede il lago di Barrea incastrato tra i monti. A sinistra la cima del Monte Marsicano, coperta da un po’ di nuvole grigie. Mi viene in mente una canzone di Ivan Graziani, sulla libertà. La sentivo da piccola.

Quella nuvola grigia sul picco, tu la vedi volare.
È la pelle del lupo che nessuno mai catturerà.
È la mia libertà
.”

Ad un tratto il gruppo si agita. La nostra guida ha avvistato un camoscio con il cannocchiale. Sta su in alto, dove ci sono le nuvole, sta pascolando ed è solo. A turno ci affacciamo al cannocchiale per vederlo. I bambini sono agitatissimi. È strano. Sta là su, piccolo e incurante di noi strane creature che gli diamo tanta importanza. Perché abbiamo perso così tanto del nostro contatto con la Natura? Facciamo in tempo a dare un’occhiata tutti, ma dopo poco il camoscio sparisce. Continua l’attesa. Il tempo sembra non scorrere. È lento il movimento del sole che ci porta via la luce piano piano. È lento il bosco nel cambiare suoni mentre si prepara alla notte. Il vento è fermo come noi, costante, leggero.

E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando

Il momento di ripartire ci coglie quasi impreparati. Così appoggiati sul versante mi sembrava che fossimo tante rocce anche noi. Ci muniamo di torce. Andiamo veloci, nonostante il buio. Non era spaventosa la montagna di notte. Prima di andare facciamo qualche domanda alla guida e scopriamo che il è l’animale più difficile da avvistare, dopo l’orso naturalmente.

Si potrebbe pensare che siamo stati fortunati a vederlo, oppure sfortunati per non aver visto comparire i cervi. Io abito in città. Non ho mai visto un cervo o un camoscio, forse nemmeno una volpe. In città non sento mai il silenzio, quando cala il sole si accendono i lampioni per strada e non vedo mai le stelle, o il buio. Io ritengo che sia stata una serata molto fortunata.

SABATO

La mattina andiamo a Pescasseroli. Ci sembra quasi di essere estranee a una cittadina ora, ci sembra di essere montanare che scendono in paese solo per le commissioni. Ma quella di stamattina ci sta molto a cuore. Andiamo a trovare la nostra guida di venerdì sera. Vogliamo sapere come trovare il libro di cui ci aveva parlato. Ci dice che il libro non è di nessuna casa editrice e che lo vendeva la figlia del guardiaparco che ora è in pensione e che forse ha qualche copia a casa sua. Ci mostra una copia del libro, che ha avuto direttamente dal guardiaparco. C’è una dedica, ma non voglio leggerla. Il libro si chiama Avventure con Orsi e Lupi di Leucio Coccia. La figlia, la signora che dovremo cercare, si chiama Lucetta in onore del padre. Per trovarla dobbiamo ricorrere ai meccanismi di un paese, tra i legami dei suoi abitanti. È una realtà che noi, nuove generazioni della città, non abbiamo mai sperimentato, non siamo abituate a non poter conoscere subito tutto.

All’ora dell’appuntamento vediamo uscire una signora e le andiamo incontro, ci presentiamo e ci invita ad entrare a casa sua. Parliamo per quasi un’ora. Ci fa vedere tutti i trofei sciistici che ha vinto il padre, ci racconta fiera che la rivista Diana – una rivista di caccia dell’epoca – chiedeva spesso la collaborazione di suo padre, ci racconta di quando la portò a vedere l’orso catturato e di quanto facesse paura, dei suoi fratelli e delle due sorelle e del fatto che la madre fosse sempre preoccupata perché il padre usciva anche la notte per andare da solo in mezzo ai boschi. Ci chiede poco di noi, ma forse tutte le persone anziane sono così tanto attaccate ai ricordi che il presente non gli interessa più di tanto. Però ci dice che siamo delle brave ragazze. Quando arriva il momento di comprare il libro, sembra quasi dispiaciuta di separarsi da quelle poche copie rimaste. Usciate dall’appartamento ci guardiamo. Forse siamo cresciute un po’.

Nel pomeriggio torniamo alla Camosciara. Per prima cosa saliamo il sentiero che ci porta alle Cascate delle Tre Cannelle e la Cascata delle Ninfee, poi riscendiamo e prendiamo il sentiero G6 che porta al Rifugio Belvedere della Liscia. È un bel sentiero, poco battuto, che passa anche sopra un ruscello, e sale sale sale, fra rocce e rami che fanno da gradini. Sento fatica e soddisfazione ad ogni passo. E la cima del Monte Amaro, che ci ha accompagnato da lontano tutta la settimana, piano piano si fa più vicina. Purtroppo la prudenza ci convince che è troppo ripido per avventurarci oltre a pomeriggio inoltrato. Tornate alla nostra casa, la stanchezza di una settimana rivendica il suo posto.

La sveglia suona alle 5.30 AM. Vogliamo vedere l’alba. C’è già luce a d illuminare i monti, e un cucciolo di pastore abruzzese già sveglio decide di farci compagnia, anche se una compagnia un po’ molesta. Aspettiamo in silenzio che i colori del cielo si trasferiscano sugli alberi e sull’erba bagnata e sul Monte Marsicano. Salutare un luogo con un risveglio rende questo lento ritorno quasi sacro.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude
.”

IL RITORNO

Sono passati anni da quando sono tornata. Sono tornata, ho finito il libro della signora Lucetta, ho stampato le foto delle passeggiate, della casetta, ho ricordato con nostalgia, mi sono accorta di come mi abbia fatto cambiare e crescere questa settimana, ho parlato con chi mi ha confermato che le città non sono a misura d’uomo, ho cambiato un po’ di abitudini, ho nuove consapevolezze, una maggiore sicurezza in me. Sono tornata dove c’è campo per il telefono. Sono tornata a correre per prendere l’autobus e andare di corsa, tirata tra impegni e persone e doveri, in ritmi che non mi appartengono. Sono tornata tra tanti, troppi rumori, rumori spiacevoli e innaturali. Sono tornata sotto un cielo senza stelle. Sono tornata in una casa che mi tiene staccata da tutto quello che c’è fuori; era bello anche sentire il freddo la notte. Sono tornata a non essere completamente padrona del mio tempo. Sono tornata ad avere palazzi fuori dalla finestra. Sono tornata a vedermi passare accanto migliaia di persone al giorno senza salutarne nessuna. Sono tornata a camminare su un asfalto sempre uguale, e sicuramente a camminare di meno. Sono tornata ad andare a letto tardi, perché non sono stanca e non c’è differenza tra il giorno e la notte. Sono tornata dove c’è più cemento che alberi. Sono tornata tra persone che non conoscono i boschi, che non hanno da insegnarmi sul luogo dove sto, perché una città spesso non appartiene a nessuno. Sono tornata in una casa senza l’odore di quello che avevo cucinato la sera prima. Mi manca anche andare al lavatoio a lavare i piatti, la sera col freddo e la stanchezza. Sono tornata ad avere troppo, sicuramente più del necessario. Mi manca cercare il modo per arrangiarci, ingegnarci per sfruttare al meglio quello che avevamo e non sentire il bisogno di nulla di più. Mi manca sentirmi padrona di un mio luogo, che gestisco io, che mi renda un po’ più libera. Mi manca decidere e seguire il percorso della giornata. Mi manca potermi dedicare solo a ciò che ritengo mio, mi manca non dover incastrare quello che voglio tra quello che devo. Mi manca non sentire l’urgenza di sfruttare al massimo ogni istante. Mi manca una vita più vera, più mia. E mai un ritorno mi aveva fatto sentire così tanto la distanza percorsa.

 

 

Grazie infinite a Sara per questo racconto!

Se volete leggere altro di lei, vi lascio il collegamento al suo blog!